Leggere vuol dire...

Leggere, come io l'intendo, vuol dire profondamente pensare. [...] La ragione ed il vero sono quei tali conquistatori, che, per vincere e conquistare durevolmente, nessun'altra arme debbono adoperare, che le semplici parole. Perciò le religioni diverse, e la cieca obbedienza, si sono sempre insegnate coll'armi; ma la sana filosofia e i moderati governi, coi libri.
(V. Alfieri, "Del principe e delle lettere", 1786)

lunedì 4 luglio 2016

Il segreto di Kàlena

ALFONSO D'ERRICO

Il segreto di Kalena 

Il segreto di Kalena di Alfonso d’Errico (Bastogi, 2006) si presenta come un romanzo nel romanzo: la vicenda di Astolfo e Rachele nel manoscritto di Astolfo stesso, monaco benedettino, si genera dalle vicende-cornice di Filippo e Miglena e dalla incessante brama di verità dell’architetto Zaiana. L’autore ricorre al topos antico del rinvenimento di un manoscritto intorno al quale ruota l’intreccio, ma lo rinnova arricchendolo con giochi d’identità che mescolano piani temporali, sogno e realtà, fantasia e verità.
Dunque Il segreto di Kalena si costruisce su due elementi uno tematico, il tempo e uno tecnico, strutturale, il rapporto tra racconto interno e cornice, che alla fine arrivano a coincidere proprio in virtù dell’azione del tempo che sembra annullare le distanze tra sogno (racconto interno) e verità (cornice).
Filippo dichiara che va progressivamente convincendosi che “il mondo non sia altro che l’immagine dei nostri sogni, un quadro che non stessi dipingiamo”. E l’esplicito richiamo - a pag.13 - a Cervantes chiarisce inequivocabilmente come d’Errico voglia sostenere che il confine tra sogno e realtà sia molto labile. Come don Chisciotte, Filippo vive sul filo della follia, in un equilibrio precario con se stesso e con il mondo, forse disancorato rispetto alla realtà per colpa dei libri, per quella malattia di carta da cui è affetto pure l’hidalgo. Don Chisciotte filtra la realtà attraverso stereotipi letterari che gli servono a nobilitare la dimensione bassa nella quale egli vive, Filippo, invece, arriva a fare coincidere la realtà e le persone che la popolano, con le fantasie di testi antichi, si immerge in una dimensione allucinata come il suo sguardo perso all’orizzonte nella scena finale del libro.
E’ sogno? E’ follia? Invece è solo un altro modo di leggere la realtà, un modo nuovo che affida alla parola scritta l’enorme responsabilità di sfidare il tempo e di attribuire verità agli accadimenti. E allora la malattia di carta, la letteraturazione della vita diventano l’essenza della vita stessa: al monaco Astolfo, preoccupato che la sua relazione con Rachele venga scoperta, la fanciulla dice, con tono rasserenante: “Se nessuno scrive questa storia su un libro, è come se non fosse mai accaduta”. Dunque Astolfo, a pag. 52, conclude che “solo la parola scritta vive in eterno” ed è per questa convinzione che egli decide di affidare allo scritto le sue riflessioni teologiche, pur consapevole del fatto di incorrere nell’accusa di eresia e di lasciare così prove evidenti delle sue deviazioni dottrinali.
La malattia di carta che caratterizza Filippo – e lo differenzia da don Chisciotte – non è la tendenza a filtrare la realtà attraverso modelli letterari che la nobilitino, bensì è l’ossessione di cercare nei testi scritti, nella parola scritta le coordinate necessarie ad orientarsi nel quotidiano.
E allora lo scriptorium, in cui Astolfo finge di tradurre e invece scrive la propria teologia, il proprio vangelo, la propria verità, diviene un emblema avvicinabile alla Biblioteca di Borges e al labirinto di Calvino: luogo d’incontro tra finzione e verità, metafora degli inestricabili e labirintici meandri dell’esistenza in cui non c’è garanzia d’approdo, da cui non è possibile fuggire, nei quali ci si trova a vivere, e saperne accettare il peso è già una grande sfida. La stessa funzione sembra avere il camminamento di Kalena che conduce al luogo del non-incontro tra Astolfo e Rachele, al momento della storia interrotta, alla “nera distesa del mare”, alla spiaggia desolata in cui oltre al rumore delle onde non c’è nessuno se non un’ombra. L’ombra, il flatus vocis, “nomina nuda” cui Eco fa riferimento nel “Il nome della rosa”, sono le cifre dell’esistenza: un inestricabile groviglio di mancanze, di non-sensi dove, dunque, tutto è interscambiabile e possibile e che la ragione questo non se lo spieghi non è cosa affatto importante.
Solo un dato resta inequivocabile: la parola scritta. E’ la parola scritta che giustifica la realtà e fornisce le chiavi di lettura per decodificarla, interpretarla e addirittura completarla nelle sue aporie.
E la parte bianca del libro? Laddove manca la parola scritta, lì allora si apre il baratro della responsabilità: il compito, di “costruire” la verità senza il riferimento scritto, già dato e al massimo solo da interpretare.
Il bianco è, d’altra parte, il vuoto che può essere colmato dalle infinite possibilità delle scelte, dagli infiniti incroci dei tempi, dalle scritture di più mani che s’intrecciano a comporre la storia, le storie.
E lì, nello spazio bianco, Filippo e Astolfo, Rachele, Miglena ed Ela s’incontrano in una sovrapposizione di tempi, in una cronologia dinamica in cui l’aporia tra passato e presente è colmata dall’immaginazione.
E’ questo il senso più profondo del romanzo: “passato, presente e futuro finiscono per intersecarsi in una dimensione unica che ci porta a sovrapporre fatti, ricordi, sogni” Si tratta di una soggettivizzazione estrema del tempo che annulla ogni cronologia matematica ed oggettiva e rende l’uomo veramente artifex sui ipsius, davvero padrone di sé, della propria dimensione interiore che può orientare come meglio crede, a proprio piacimento.
E non si tratta di una semplice questione di naufragio dell’anima di leopardiana memoria, né di rimembranze agostiniane … Se di extensio animi si può parlare, è solo nel senso che la fluttuazione tra i tempi è tale che ogni cronologia sembra falsata come in un gioco di specchi deformanti. Nasce così un tempo indeterminato, sinuoso come un labirinto, “una rete crescente di tempi divergenti, conseguenti e paralleli”, “una trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o si ignorano per secoli”, un tempo che “comprende tutte le possibilità”, un tempo che “si biforca perpetuamente in innumerevoli futuri” tutte immagini care a Borges.
In un tempo siffatto c’è l’attimo, l’eternità, la coincidenza, c’è Eraclito, il divenire, c’è Parmenide, l’immobilità, c’è Ulisse, il ritorno.
Ma soprattutto c’è lo spazio bianco, la storia che ogni uomo, in ogni tempo, scrive nella propria vita, guardando lontano, verso l’orizzonte e talvolta girandosi indietro verso un passato che lo accompagna e vive in lui, sempre, perché “nessuno può vivere senza portarsi dietro il proprio passato”
Ma la quarta categoria del tempo che si biforca è il lampo d’incoscienza, l’immaginazione che ricompone frammenti di verità: finzioni, giochi di specchi, illusioni e allucinazioni che intrecciano trame. E allora, sì, “la vita è sogno”, non tanto perché è breve, evanescente – certo è fatta della stessa materia dei sogni, scriveva Shakespeare – ma soprattutto perché, come i sogni, ha una dimensione multipla, parallela, e perciò è impalpabile il confine tra sogno e realtà … la verità ha i contorni sempre più sfumati, come l’irraggiungibile linea all’orizzonte là dove il profilo di Filippo si confonde con quello di Astolfo.

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