Leggere vuol dire...

Leggere, come io l'intendo, vuol dire profondamente pensare. [...] La ragione ed il vero sono quei tali conquistatori, che, per vincere e conquistare durevolmente, nessun'altra arme debbono adoperare, che le semplici parole. Perciò le religioni diverse, e la cieca obbedienza, si sono sempre insegnate coll'armi; ma la sana filosofia e i moderati governi, coi libri.
(V. Alfieri, "Del principe e delle lettere", 1786)

sabato 27 giugno 2026

GIOVANNA SICARI - TUTTE LE POESIE

La casa editrice Interno Poesia ha recentemente pubblicato la raccolta completa dei testi poetici di Giovanna Sicari, poetessa di origini tarantine, ma che si è formata a Roma, città ricordata in maniera ricorrente nei suoi versi non solo come luogo fisico certamente individuato con precisione topografica nella ricostruzione delle strade percorse e delle vie abitate in gioventù, ma soprattutto un luogo dell’anima, una dimensione mitica alla quale si ancora la memoria di un alfabeto primitivo (p.118), di una lingua, cioè, in cui ancora non si registrava la frattura tra le parole e le cose, un alfabeto proprio di un’epoca non ancora diventata “immobile” - Epoca immobile è il titolo di una delle fondamentali raccolte poetiche presenti i questo volume - e stagnante come quella presente, preda di un’ipostasi del sempre uguale, segnata dalla perdita irrimediabile di un passato che non tornerà mai più.
Leggere Giovanna Sicari è un'esperienza di comprensione profonda dell'essere umano. La sua non è una poesia di svago, non fa evadere il lettore, ma al contrario, lo interpella eticamente e ne chiede la collaborazione interpretativa. Si tratta di versi a tratti inafferrabili, lo sottolinea chiaramente Sara Vergari nello studio La carnalità tra corpo e parola, saggio introduttivo al volume da lei curato insieme a Milo De Angelis, compagno di vita di Giovanna Sicari, prematuramente scomparsa nel 2003 e a cui il poeta ha dedicato la raccolta di struggente intensità, Tempo dell'addio. La parola di Giovanna Sicari, nell’interpretazione di S. Vergari, ha una corposità che la fa aderire alla realtà con una nettezza radiografica, tuttavia tale precisione non si traduce in una comunicazione aperta. Il titolo Sigillo scelto da G. Sicari per una delle sue raccolte più note, allude proprio a un codice espressivo che porta un’impronta personale nel rimaneggiare il lessico quotidiano e superarne allo stesso tempo l’ordinarietà. Dai classici pare derivare il ricorso a callidae iuncturae (“stella di terra”, “alfabeto primitivo”, “bastardi per gli altri”, “diabolica scienza”, “bianco stupore”, ricorrenti nelle sue poesie) capaci di sintetizzare in modo originale una personale prospettiva sul mondo, sul passato, sull’essere umano, sulla necessaria lotta contro l’inferno del nulla, sul bisogno di sacro sempre contrastato da un prepotente logos scientifico e catalogante. Queste sintesi lessicali si innestano su una trama linguistica che però alla profondità del messaggio non fa sempre corrispondere una comunicazione diretta ed esplicita, anzi spesso si chiude in un’orfica oracolarità inafferrabile, a tratti sibillina. Del resto, come scriveva Fortini, “ferma dentro il verso resta/la parola che senti o leggi/e insieme vola via”. La pubblicazione dell’opera omnia di G. Sicari comprende anche testi inediti, alcuni dei quali scritti negli ultimi tempi della sua breve vita, nei giorni dei ricoveri ospedalieri. Si tratta di componimenti che costituiscono l'approdo della poetessa a una pacificazione con l'esistenza, che accentuano la vicinanza di G. Sicari alla profondità dei classici antichi, anche nelle sintesi gnomiche da lei operate: “le cose importanti stanno sempre nascoste e non bisogna spaventarle”, si legge in Volevo quei gerani bianchi e rosa, un testo composto un mese prima di morire e pervaso dal senso incombente della fine, ma che pure trasmette l’acquisizione di una saggezza capace di trasformare ogni novembre in una possibile primavera: il punto è saper orientare lo sguardo verso la bellezza, verso i colori di quella porzione di vita che resta, proprio a partire dalla consapevolezza del fatto che abbiamo tutti la stessa breve sorte. Sara Vergari nel saggio che apre il volume, vede nella carnalità la chiave interpretativa dell’intera poetica di G. Sicari. Si tratta di un concetto dalle sfumature molteplici: non è riconducibile solo alla centralità del corpo come sede della malattia e della lotta contro l’inevitabile sfinimento né puòessere ridotto semplicemente alla dimensione fisica come sede dell’eros e di una palpitante vitalità, individuale e collettiva, che connota l’esistenza fino alla fine, nonostante la malattia o le derive storiche vissute da una generazione che negli anni ‘70 ha lottato per realizzare ideali di cambiamento e di giustizia e che pure ha conosciuto il definitivo tramonto di ogni ground, l’incepparsi dei quei “prodi macchinari” (in Le ferite dimmi dove sono), gli strumenti collettivi (politici, filosofici) che un tempo sembravano dare un senso, un indirizzo alla storia e che però ora sono diventati inadeguati, inutili, non danno più risposte a un mondo che è cambiato. Dalla loro caduta non nasce tuttavia un senso libertà dal fardello della tradizione, per GS lasciano piuttosto un baratro, la vertigine dell’insostenibile leggerezza dell’essere, il peso, cioè, schiacciante del vuoto. “L’insegna si spegne” e resta un’ “era senza usignoli”: la storia è dominata dal nulla, le relazioni sono segnate dall’incomunicabilità, “ognuno aderisce a una parola” (in E poi verrà aprile), ogni essere umano è prigioniero del proprio linguaggio e della propria visione limitata, si procede solipsisticamente: “siamo anche noi i primi/ assai lontani gli uni dagli altri”( in Stringevo nel pugno la carta). Eppure, a questo nulla che fagocita, Giovanna Sicari oppone una risposta vitalistica, un radicamento nella storia, l’eros in tutte le sue possibili accezioni: è spinta pulsionale (Vorrei baciarti il sangue) capace di unire fisicamente in un’intimità che va oltre la pelle, oltre gli approcci meramente sessuali, ma diventa anche concreta, radicale passione civile. I dodici anni di attività didattica a Rebibbia hanno lasciato in G. Sicari un segno indelebile e hanno generato testi come Rebibbia e Speranza Speranza, in cui la carnalità diventa sinonimo di un fisico e coinvolto spendersi per il mondo, per gli ultimi, è la fisicità di restare aderente alla storia, in un concreto impegno etico-civile che si traduce nella rivitalizzazione di un forte senso di humanitas. Perciò la definizione più calzante per G. Sicari è quella che lei stessa ha scelto per sé: io ero una stella di terra (in Angeli ti vorrei spedire): la stella rimanda tradizionalmente a ciò che è alto, luminoso e distante; è l'aspirazione verso l’alto, è desiderio di elevazione. Tuttavia, questa stella è "di terra": non appartiene al cielo, ma è piantata nel fango, nella malattia e nel disordine della storia che con il suo impegno civile nel carcere in particolare, G.Sicari ha cercato di medicare. Essere una "stella di terra" significa possedere una luce che non serve a posizionarsi in intermundia distanti dalla storia e a fuggire dalla realtà, ma a illuminarla dall'interno, proprio nel momento del caos e dei guai mortali (in Angeli ti vorrei spedire). La sua poesia non cerca il cielo per dimenticare la terra, ma scava nella terra per trovare, nel fondo del dolore, l'unica luce possibile: quella di una speranza nell’umano che si traduce nelle sue proposte valoriali, affetti, passione civile. Questa fedeltà alla terra è un restare come impegno primario, restare nonostante tutto, nonostante le derive di senso, come fa Bernard Rieux nella Peste di Camus, esattamente come fa G. Sicari nel suo lavoro con i reclusi di Rebibbia: un ostinato restare per ritrovare il sacro “dove più turpe è la via”, direbbe Saba nella sua Città vecchia. I detenuti di Rebibbia sono da lei definiti “parenti di cella”, perché l’esperienza comune del carcere e del dolore ha fatto nascere tra loro legami di mutuo soccorso, reciprocità e fratellanza. Le detenute in Speranza speranza sono strappate al “vestito di cronaca nera”: la poetessa si rifiuta di identificarle con il reato da loro commesso o con la fredda narrazione che ne danno i giornali. G. Sicari restituisce ai reclusi e alle recluse una scintilla di umanità che nessuna sbarra può spegnere, così la speranza verso un futuro di cambiamento si fa strada anche tra le oscure celle: “penetrerà maggio nelle prime luci dell’alba” Il linguaggio scelto per descrivere la speranza si serve sia di metafore luminose (“il pulviscolo scintilla nel sole”, in Speranza speranza) sia di richiami messianici (“A uno a uno i detenuti pregano il messia/di portare il giubileo”, in Rebibbia). Il senso del sacro che i lampioni della scienza (in Quaresima) hanno spento, si ravviva proprio tra i dimenticati e i reietti, tra gli ultimi. Sebbene i frequenti riferimenti a Dio nei versi di G.Sicari possano anche suggerire un bisogno di spiritualità tradizionale (“Gesù salva la mente!”, in Ora d’aria), tuttavia il suo concetto di sacro si incarna piuttosto in un’energia divina (in C’è qualcosa di buono in noi) che appartiene propriamente all’infanzia. Scrivendo che “c’è qualcosa di buono in noi che si chiama Dio” G. Sicari allude a una forza più articolata rispetto al Dio trasmesso dalla catechesi cristiana: si tratta di uno slancio vitale che si manifesta in un “bambino che picchia la palla” (ancora in C’è qualcosa di buono in noi) o nei “colori segreti” (in Volevo quei gerani bianchi e rosa) che solo i piccoli sanno scorgere e infine nello sguardo capace di cogliere il mistero dell’esistenza e che sa trattenerlo. Il sacro, dunque, risiede nell’innocenza aperta alla meraviglia e nella capacità di assaporare attimi di felicità pura. È lo sguardo dei bambini, libero da filtri e ipocrisie, capace di giocare e creare nel gioco nuove possibilità, proprio come sognava Elsa Morante nel suo libro più rivoluzionario, Il mondo salvato dai ragazzini. Un tema molto caro e ricorrente nei versi di G. Sicari è quello del rapporto con il tempo, con la storia del passato, con il vuoto del presente, tra sfide umane per conquistare l’infinito e sconfiggere Crono che fagocita vita. In Alfabeto primitivo si avverte l’amarezza per l’irrimediabile perdita del passato e di quel nucleo di ideali capaci di dare forma alla realtà, un fondamento di valori comuni, un alfabeto primitivo “che era abbastanza per vivere e per morire” (in Solidarietà). Pertanto il tempo è soprattutto memoria: (“io sono specialista della memoria” in Gennaio 1988). Il ricordo degli anni densi della gioventù è attraversato da un forte senso di nostalgia per un tempo in cui si era “giovani per sempre e questo contava” (in Solidarietà), un’epoca in cui essere ragazzi coincideva con una gestazione di possibilità, con la visione di un futuro carico di promessa. Quei giovani “pazzi di speranza” e “avidi di grazia”, sono però “già morti o scomparsi”, frammenti mnemonici, simbolo di una stagione mitica e forse irripetibile. Resta dunque l’urgenza di mantenere “gli occhi ancora vivi” e capaci di aprire, al modo di Montale, un “varco” nel caos della storia. Si avverte in maniera chiara la consapevolezza che forse qualcuno avrà anche avuto “una lente fuori posto” negli anni di un terrorismo che dava attuazione nel modo peggiore a ideali in grado di scavare a fondo e “grattare” le scorie di una società disfunzionale e ingiusta. Dall’intervista di Milo De Angelis su «la Repubblica» del giorno 08.04.2026, si apprende del duraturo legame di amicizia tra G. Sicari e la brigatista Teresa Scinica: lo slittamento di alcuni verso prospettive altre, gli estremismi violenti, sono stati errori commessi da certi esponenti di una tumultuosa generazione, ma non cancellano il fatto che pur nella diversità delle scelte e nelle distanze marcate, si può parlare un alfabeto comune, che è quello della lotta contro la disillusione e il nichilismo. E la persistenza del ricordo si configura come una forma di resistenza. Rispetto alla grandiosità del passato, la delusione per il presente svuotato di senso, una “terra desolata” (In tua assenza) - scrive G. Sicari citando Eliot - ritorna in modo quasi ossessivo e a tratti spregiativo (“il nulla pietrifica in una condizione d’inferno”, in Non sono né carne né volo). In Le ferite dimmi dove sono la storia umana sembra procedere ormai indipendentemente dalla volontà e dal controllo degli individui. La poetessa osserva come non si possa più parlare di un progresso costruito e diretto dall’essere umano, la storia è diventata una forza che scappa via, lasciando l’umanità sola di fronte al “niente di questi giorni”: “la storia esiste ma non ha più prodi macchinari, corre via dagli uomini stessi”, “l’insegna/ si spegne, cupissimo tutto si ripete”. In questo vuoto, tuttavia i colori della vita, le speranze, resistono nonostante la mancanza di una saggezza che guidi le azioni collettive. Sebbene prevalga il dolore per un tempo che ha smarrito la sua direzione luminosa, resta tuttavia lo scatto vitalistico: “vivere è di altezze solenni” (in Assomiglia alla luce in viaggio il volo del fulmine), “una macchia il sole/ all’improvviso, ricordava tracce di ideali” (in Sognavo che ero morta e camminavo) “salpare dovremmo venerando la vita” (in Le ferite, dimme, dove sono?). I versi di G. Sicari si connotano infatti proprio per un approccio erotico all’esistenza, per un’energia propositiva, senza rese e cedimenti alle sue manifestazioni dolorose e insoddisfacenti. Questa combattività si avvicina a quella di Amalia Guglielminetti, che esprime la sua tenace forza propulsiva quando scrive in Avidità di vivere: “vivere si deve: / godi, ama, piangi, odia, combatti, sali: / la vita è chiusa nel tuo pugno breve”. Contro il tempo è inutile combattere. Eppure esiste una forma di resistenza alla forza distruttiva degli anni che passano, all’oblio. Alla manera di Foscolo che celebrava la sacralità laica di una solida “corrispondenza di amorosi sensi” e una significativa “eredità d’affetti”, e come Ezra Pound che nel suo Canto LXXXI dei Canti pisani scriveva “quello che veramente ami rimane, il resto è scorie”, così anche G. Sicari ha saputo dare voce a “un amore che s’infinita”, per riportare le parole che Milo De Angelis ha usato nella già citata intervista. Il componimento Babbo vorrei comprarti è la celebrazione dell’amore “che ripara dal vento, dalla bufera” dell’esistenza. I gesti semplici del padre, annaffiare le piante, raccogliere foglioline costituiscono il vero antidoto alla rapina del tempo, il solo modo per “entrare nell’infinito” La stessa esigenza, quella di sfidare Crono, è protagonista di uno dei testi dedicati a Milo De Angelis, Maggio dopo vent’anni, maggio delle azalee. Al centro della poesia c’è una fotografia che cattura un istante perfetto, sospeso tra il maggio e il “luglio delle azalee”. Questo scatto diventa un rifugio magico su cui il tempo sembra non avere potere: “resta così… senza anni”. L'invocazione "non invecchiare, non morire" esprime il desiderio profondamente umano di sottrarsi alla tirannia del calcolo dei giorni. Un aspetto fondamentale della poesia di G. Sicari è il dialogo costante con i grandi maestri della letteratura, Villon, Montale, A. Rosselli, Pasolini. In Polvere medievale dove sei, G. Sicari instaura un dialogo serrato con la tradizione letteraria di François Villon, riprendendo esplicitamente il celebre tema dell'Ubi sunt presente nella Ballata delle dame del tempo che fu. Proprio come il poeta francese si interrogava malinconicamente sul destino delle grandi donne del passato attraverso l’anaforica domanda “dove sono le nevi dell'altr'anno”, così G.Sicari utilizza l’insistente domanda “dove sei?” / “dove siete?” per richiamare a sé icone del Novecento come Marlene, Gilda, Cleopatra e Lola, protagonista dell’Angelo azzurro. Tuttavia, sebbene la struttura ricalchi il catalogo di eroine tipico di Villon, il senso dell'operazione si sposta dalla nostalgia esistenziale alla denuncia politica, poiché queste figure di femmes fatales non sono rievocate per la loro bellezza svanita, bensì come archetipi di una femminilità incastrata negli stereotipi dello sguardo maschile. Pertanto la “polvere medievale” del titolo diventa il simbolo di un residuo indistruttibile e di un “sangue eterno” che unisce le donne di ogni epoca in un unico “inferno” storico. Il lamento sulla caducità proprio della poesia di Villon, si trasforma così in un atto d'accusa contro l'incapacità degli uomini di comprendere la complessità femminile. In tal modo, il legame con Villon funge da solida impalcatura formale per dar voce a una forma di resistenza contro il “sinistro rovello”, l’oscuro tormento della subordinazione e della persecuzione in varie forme subita nella storia. Il componimento E poi verrà Aprile si apre con una citazione esplicita dell'incipit montaliano: Forse un mattino andando in un'aria di vetro. In Montale, questi versi esprimono l'angoscia di un'epifania negativa: la percezione del nulla e del vuoto che si spalancano alle spalle del poeta. Si tratta di una rivelazione tragica che egli è condannato a custodire come un segreto incomunicabile; un disvelamento che non potrebbe essere compreso dall'uomo comune, il quale, incapace di squarciare il velo di Maya, resta convinto che “la realtà sia” solo “quella che si vede”, direbbe ilpoeta ligure. La medesima disposizione interiore e la stessa presa di coscienza del nulla caratterizzano la poesia di G.Sicari. Anche qui, nonostante il desiderio di instaurare un rapporto di comunicazione con l'altro, l'io lirico constata amaramente come ogni individuo sia chiuso nel proprio microcosmo di pensieri e linguaggi. Tuttavia, emerge una divergenza fondamentale nelle risposte esistenziali dei due autori. Al "male di vivere" Montale opponeva la divina Indifferenza, ovvero un distacco stoico necessario a non farsi travolgere dall'angoscia. G. Sicari mette in atto invece una silenziosa resistenza dell'umano contro ogni tentazione nichilistica. Nel corpo del testo, la poetessa scrive che "poi verrà ancora Aprile". L'uso dell'avverbio "ancora" suggerisce l'assurdità di un caos ciclico, un eterno ritorno del sempre uguale che evoca l'impotenza umana di fronte a quello che T.S. Eliot definiva "the cruellest month". È un Aprile la cui pienezza primaverile contrasta ferocemente con la fragilità spirituale dell'uomo. Eppure, un dettaglio fondamentale si affaccia nel titolo: la scomparsa dell'avverbio "ancora". Resta solo il "poi", che apre lo sguardo verso l'avvenire. Questa scelta suggerisce come in G. Sicari prevalga, in ultima istanza, una fiducia simile a quella di Pasolini, in un "futuro aprile". Contro la tirannia del non-senso, la poetessa riafferma così la possibilità di una sfida tutta umana. Molto sentito è poi il riferimento a Dostoevskij La poetessa si si identifica nel personaggio del principe Miškin (in Sono io il principe Miškin), il celebre "idiota" dostoevskijano. Miškin è un uomo dall’assoluta purezza e dalla cristallina innocenza, che rifiuta di piegarsi alle logiche corrotte del mondo e che, proprio per questa sua integrità, viene scambiato da tutti per un folle. In questa poesia emerge chiaramente l'analogia tra la figura di Miškin e quella del poeta. Come il principe, anche il poeta è un diverso che sceglie di vivere e scrivere “sui margini” in una condizione di estraneità e misconoscimento. Tuttavia, è proprio da questa distanza che il poeta trae la sua forza, distinguendosi per il suo essere un “libero veggente”. Di conseguenza, la marginalità dell'outsider da condanna alla superfluità in un mondo dominato da una cultura mercatista sempre più spiccata, si trasforma in un privilegio prospettico. Il poeta, in quanto “libero veggente”, è immune dai condizionamenti limitanti della società; questa sua posizione periferica gli permette di guardare oltre le apparenze e di vedere molto più di quanto riesca a scorgere l'uomo comune e conformista. Il poeta, con la sua parola quasi profetica, è il solo che riesce a dire “l’ultima vicenda della terra”. In un mondo privo di direzione, lo smarrimento è una condizione ordinaria. G. Sicari, in Angeli ti vorrei spedire, descrive se stessa come “una forma di Aprile che non riusciva”, e nel componimento Il parlatoio tace si definisce “caos umano”. Sentirsi come una primavera solo potenziale, vivere un'esistenza alienata e scissa, senza possibilità di sintesi e alla continua, forse inutile, “ricerca di una definizione” (in Tento il volo), trasforma in persino un “ardito pensiero” il desiderio di appartenersi (in Se erano profumi li tastavo senza conoscenza). È in questa consapevolezza che si consuma una malinconia profonda. Eppure, in questa profonda amarezza, emerge una vitale capacità di reazione che propone valori solidi a cui ancorarsi: tra questi spiccano gli affetti e, in modo particolare, l’amore per Milo De Angelis. Nella prima delle due poesie collocate tra i testi inediti e dedicate al marito e poeta Milo DeAngelis, vibra la gioia per una vita scelta che si fa felicità, un’esistenza condivisa rivendicata come un diritto e intesa come una “costruzione a mano a mano”, espressione volutamente virgolettata nel testo. In questo doppio richiamo si avverte l’eco di Ivano Fossati (La costruzione di un amore) — per cui l'amore è una strada in salita, un cantiere che richiede impegno, disciplina e una quotidiana scelta— e l’influsso di Cocciante e Gaetano (A mano a mano), che danno voce a un sentimento che si alimenta giorno dopo giorno, attraversando tempeste, “rabbia”, “astio” e “offese”, scrive G. Sicari, per approdare a un destino comune. Questa “costruzione” diviene quasi un manifesto della fatica del cuore, un tema sviscerato da Sicari in tutta la sua opera: l’amore non si trova per caso, ma si impara come un’arte che, osservava Erich Fromm nel suo famoso L’arte di amare, esige conoscenza, pazienza e cura. A questa dimensione privata si intreccia una fede incrollabile nella solidarietà, intesa come capacità di condividere un orizzonte ideale e di trovare nella coesione la forza di resistere a una realtà immiserita. La poesia Solidarietà recupera la memoria del conflitto civile degli anni ’70, trasformandola in monito: il punto di partenza è un’immagine d’archivio, una foto di manifestanti e blindati in cui compattamente da una parte ci sono i “giovani per sempre” - come i “felici pochi” celebrati da E. Morante - che sognano un mondo nuovo in nome di un ideale che è “abbastanza per vivere e per morire”; dall'altra si delinea chi reprime, i “nemici per sempre”. Se nel testo la solidarietà viene definita “parola infame”, è solo per un’amara ironia contro l’abuso retorico contemporaneo che riduce questo termine a un sentimentalismo consolatorio. Per la Sicari, invece, la solidarietà possiede la stessa forza della “social catena” leopardiana: è una forma di resistenza civile contro un nemico comune, la repressione dei blindati allora, il vuoto esistenziale della deriva nichilista oggi. L’invito è quello di continuare a essere “bastardi per gli altri”, convintamente e ostinatamente pronti a sovvertire un sistema ingiusto e che costringe a scendere a patti con la propria coscienza. E la fedeltà ai propri ideali sarà il premio, sarà la “carezza di una vittoria”. Questo cammino nelle parole di G. Sicari, - per citare la definizione di Milo De Angelis nella quarta di copertina del volume curato con S. Vergari - tocca uno dei suoi vertici più alti nel componimento Volevo quei gerani bianchi e rosa, che si potrebbe considerare il vero "sigillo" della poetessa tarantina. La poesia va letta attraverso un contrasto stridente tra il dato biografico e la percezione interiore: nonostante sia stata composta in ospedale il 21 novembre 2003, a un solo mese dalla morte, l'autrice scrive che “è già primavera”. Sebbene la consapevolezza che la vita “si avvicina al tramonto” si faccia opprimente, lo splendore del girasole, i colori dei gerani e i “riccioli rossi” dei bambini innescano una rinascita che scavalca la malattia, rivelando un'urgenza vitale commovente. La coscienza della fine resa con l’immagine del tramonto si colloca tra due parole significative: il verbo alla prima persona “guardo” e il termine “attenzione”. Il destino di finitezza accomuna tutti gli esseri umani, Pindaro, nell’ottava Pitica, scriveva che siamo creature di un solo giorno. Ma forse è proprio la coscienza della fine che dà valore e senso ai nostri giorni e ci spinge a guardare con attenzione, a orientare lo sguardo in modo da saper riconoscere il valore nascosto nelle piccole cose: “le cose importanti stanno sempre nascoste e non bisogna spaventarle”. Addentrarsi nei versi di G. Sicari e cogliere la vitalità delle sue parole, conservata persino nei momenti estremi dell'esistenza, costituisce forse la realizzazione del suo desiderio più profondo: “essere riconosciuta” in quella sua poesia “di sangue e di tormenta” (in Non sono niente).

lunedì 5 gennaio 2026

L. SCIASCIA - UNA STORIA SEMPLICE

Una storia semplice è l’ultimo romanzo pubblicato da L. Sciascia e costituisce la summa dei pilastri fondamentali del suo pensiero: il valore incrollabile della ragione, intesa come lume per distinguere i fatti dalle mistificazioni, la forza del dubbio, come metodo costante per analizzare la realtà senza pregiudizi e al di là di ciò che appare. La Sicilia sciasciana è simbolicamente lo specchio di un mondo corrotto in cui l’ingiustizia predomina a causa di una forte compromissione delle istituzioni con i gangli mafiosi resistenti ad ogni tentativo che i pochi onesti compiono per debellarli. Tuttavia, pur senza alcuna garanzia di successo, anzi con la certezza del fallimento, Sciascia si fa portavoce di un illuminismo critico centrato sulla ragione come unico strumento per smascherare i meccanismi del potere.  La cultura del sospetto, etimologicamente da subspicere, “guardare sotto”, spinge l’onesto cercatore della verità a intraprendere un cammino al di là delle apparenze, delle strade facili, delle semplificazioni comode.
Proprio questo è ciò che fa il brigadiere Lagandara, dimostrando che la storia semplice della morte del diplomatico Roccella, liquidata dagli inquirenti come “suicidio”, ha invece una complessità maggiore di quanto si possa immaginare: si tratta di omicidio determinato dalla necessità di eliminare il testimone scomodo di un traffico di droga e opere d’arte. Questa verità emerge dalla lotta dura del brigadiere contro la collusione del commissario, complice dei trafficanti, e dalla pigrizia intellettuale delle altre autorità (questore, procuratore) che vogliono chiudere presto il caso: “questo è un caso semplice, bisogna non farlo montare e sbrigarcene al più presto”, dice il questore (p. 24). Persino il prete – il finto prete, di fatto un membro della banda di trafficanti – che di fatto depista le indagini, definisce in modo svilente e sarcastico, “romanzo” (quasi, dunque, un’accozzaglia di fantasiose congetture) l’insieme delle ricostruzioni a cui pazientemente il brigadiere ha cercato di dare forma, . Lagandara è l’eroe solitario che cerca di fare luce dove regnano l’oscurità morale e legale: “il brigadiere cercò se vi fosse una luce da accendere per illuminare quella scala” (p.19). Non si tratta solo di una luce fisica, quella che il brigadiere cerca di accendere è una scintilla di razionalità nel regno del caos: quella linearità, cioè, che mette insieme cause e conseguenze contro ogni semplicismo criminale. C’è un altro personaggio che affianca il brigadiere nel suo cammino verso la verità, Il professor Carmelo Franzò. Costui non ha un ruolo attivo nell'indagine fisica, ma rappresenta un elemento cruciale per l'interpretazione degli eventi. La sua collaborazione con il Brigadiere non è pratica, ma etica e intellettuale, utile a mettere insieme gli indizi del complotto. Il professor Franzò offre al brigadiere Lagandara (e implicitamente al lettore) un metro di paragone morale e intellettuale. I loro incontri diventano momenti di profonda riflessione sulla giustizia e sulla corruzione. È portavoce del pensiero di Sciascia, che proprio attraverso il Professore, ribadisce il suo credo: la cultura e il ragionamento lucido sono l'unica vera difesa contro l'inerzia, l'omertà e la violenza mafiosa. La frase chiave che Franzò pronuncia, in un confronto con il magistrato inquirente, suo mediocre ex allievo, è: “l’italiano non è l’italiano: è il ragionare” (p. 44). In questa frase Sciascia condensa il nucleo più profondo del suo romanzo – testamento spirituale: la lingua italiana non è un semplice strumento mnemonico o una materia scolastica fine a se stessa, ma rappresenta il fondamento del pensiero critico, della logica e della capacità di ragionare. Per il magistrato, che ha raggiunto il successo nonostante i suoi scarsi risultati in italiano, l’italiano è solo grammatica, punteggiatura e storia della letteratura, roba inutile, cioè, dal suo punto di vista, sulla strada verso il successo. “Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”, gli fa notare il professore, con sottile sarcasmo. Il professor Franzò ribalta la prospettiva del magistrato, arrivato ai vertici del potere, pur non essendo competente nella propria lingua . Quando il professore afferma che l’italiano è il ragionare suggerisce che la padronanza della lingua è direttamente collegata alla capacità di strutturare un pensiero, di analizzare un problema, di distinguere tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è. Un uso preciso e corretto dell’italiano riflette una mente ordinata, lucida, critica. La lingua, in quest’ottica, diventa uno strumento per ordinare il caos del mondo e per elaborare conclusioni logiche. Chi non sa usare l’italiano, chi non sa parlare o scrivere, non sa pensare, sta dicendo il professore. La provocazione di Franzò è, dunque, un’accusa velata. Sciascia suggerisce che il successo del magistrato potrebbe essere stato ottenuto non grazie alle sue capacità intrinseche, ma sfruttando una mancanza di etica o di pensiero critico. Il magistrato conferma di essere quello che era da studente: un uomo che non sa ragionare. Chi non padroneggia la propria lingua, potrebbe essere più facilmente manipolabile, meno propenso a cogliere le ingiustizie o a mettere in discussione il sistema. Di conseguenza, potrebbe salire più facilmente nella scala sociale, proprio perché non rappresenta una minaccia intellettuale per chi detiene il potere. Sciascia lega indissolubilmente la lingua alla moralità e all’onestà intellettuale. Per lui, l’italiano non è solo un insieme di regole grammaticali, ma è un’etica. Imparare a usarlo con precisione significa sviluppare un senso di verità e giustizia. Il magistrato, che ha poca padronanza della lingua, non ha solo una lacuna formale, ma ha una mancanza di lucidità morale che lo rende parte di un sistema corrotto o incapace di opporsi ad esso. In una società moralmente compromessa, la capacità di ragionare diventa l’unica arma per navigare in questo labirinto e per svelarne l’inganno. Per Sciascia, un Paese che smette di preoccuparsi della lingua è un Paese che misconosce la giustizia. E non è un caso che la frase del professore venga pronunciata proprio in un contesto giudiziario, dove la chiarezza del linguaggio dovrebbe essere la base della legge e della ricerca della verità. Colpisce un particolare: il messaggio fondamentale di questo ultimo romanzo scritto da Sciascia è affidato un professore. La verità non è ciò che appare, nella sua semplicità. Occorre andare in profondità. Il sospetto (p.25) del brigadiere è un guardare sotto le apparenze della semplicità. L’intellettuale, il professore, sa leggere dentro i fatti: è lui che definisce “errore” (p.55) il comportamento del commissario durante le indagini. Subspicere (“guardare sotto” le apparenze) e intelligere (legere intus e intra, leggere dentro la storia e tra i fatti, cogliendone le relazioni): due parole-testamento che Sciascia ci consegna per comprendere qualsiasi “storia semplice” del presente: rigurgiti di neofascismo, ritorno di logiche belliciste, l’attualità del tragico tema lucaneo, quello dello ius datum sceleri, del delitto, cioè, diventato ormai diritto. Una “storia semplice”: ciò che sta accadendo nel mondo lo dimostra. L. Sciascia, Una storia semplice, Adelphi, 2024

IAN McEWAN - NEL GUSCIO

Nel guscio è un romanzo di Ian McEwan, raffinato scrittore britannico contemporaneo, noto per la sua capacità di esplorare le complessità della psiche umana con una precisione quasi chirurgica.
La sua prosa, lucida ed elegante, esplora spesso come l'imprevisto — un tradimento, una gravidanza o un parto improvviso — possa sconvolgere un'intera esistenza. Mc Ewan si muove abilmente tra l'analisi psicologica e la tensione del thriller e rimodella i riferimenti classici in modo originale e a tratti paradossale. Nel guscio è una reinterpretazione in chiave parodica del nucleo narrativo fondamentale dell’Amleto shakespeariano: Trudy e Claude - i cui nomi richiamano quelli di Gertrude e Claudio - sono i due amanti traditori che progettano e attuano l’avvelenamento di John, poeta, marito della donna e fratello di Claude. Nel dramma di Shakespeare la tragedia inizia dopo l’assassinio del re di Danimarca. Il dramma vede come protagonista la solitudine del revenger Amleto, procrastinatore divorato dal dubbio e bloccato dalla paralisi dell’azione. Già Pirandello notava che la condizione di Amleto è in tutto simile a quella di Oreste: entrambi figli di madri traditrici e padri assassinati. Due tragedie speculari in cui sono in gioco potere e sesso. Quello che cambia è la reazione dei due giovani di fronte al dolore e all’ingiustizia: Oreste non ha esitazioni a vendicare Agamennone, sa che deve uccidere i due assassini, è questa la ferrea legge morale che deve applicare, è questa la condotta che tutti si aspettano da lui e che lui stesso sente di dover applicare. Amleto, invece, si perde nei meandri della propria psiche, nei suoi labirinti interiori, sospeso tra dubbi, incertezze, senso del dovere, paura. È l’antesignano dei numerosi antieroi contemporanei, incarna la condizione dell’uomo moderno perduto in uno smarrimento senza più punti di riferimento. Nel romanzo di McEwan la vicenda assume le sfumature del thriller: John, la vittima, è vivo, parla, esprime i suoi sentimenti e solo verso la fine del racconto verrà ucciso dai due cognati assassini. Non c’è nessun fantasma che chiede vendetta, come invece accadeva nell’Amleto. Eppure la nascita del figlio vendicatore occuperà una parte importante del romanzo. La vera novità del libro Nel guscio non consiste però nella diversa cronologia degli eventi rispetto al modello shakespeariano, bensì nella prospettiva. Come in Shakespeare il punto di vista è quello del figlio che deve vendicare il padre, tuttavia il figlio a cui Mc Ewan dà voce non ancora nato, perciò il suo punto di vista di narratore interno alla vicenda, è completamente inedito e anticonvenzionale. Il feto che sta crescendo nel ventre di Trudy è l’attento esaminatore dei fatti, un figlio non voluto, impotente ad agire non per debolezza della volontà e dell’azione, bensì per ovvie condizioni biologiche. Eppure, con effetto paradossale, la sua vendetta sarà sorprendente: non consisterà nell’infliggere la morte, ma nello scegliere la vita, cioè nella “decisione” di venire alla luce. “Deciderà” infatti di nascere proprio mentre la polizia suona il campanello della casa in cui due amanti, tra liti e sarcastici insulti, vorrebbero pianificare la fuga per evitare il carcere dopo l’omicidio di John. La nascita del bambino glielo impedirà e li consegnerà la giustizia. Il feto dal buio e dal silenzio del ventre materno analizza il mondo, la storia in cui la putredine morale sta invadendo ogni anfratto della realtà. L’immondizia e la sporcizia della casa in cui vivono Trudy e Claude rappresentano il marcio che si estende nello spazio e nel tempo ben oltre la shakespeariana Danimarca, sono lo specchio del caos del mondo intero, un caos che resta. E infatti “caos” è la parola che chiude il romanzo. “Mi chiedo che cosa racconti il disordine a uno sguardo sospettoso. Non può essere moralmente neutro. Dirà di una noncuranza per le cose, per l’ordine, la pulizia, sarà in linea con un analogo disprezzo per le leggi, i valori, per la vita stessa. Che cos’è un criminale in fondo, se non uno spirito in preda allo scompiglio?” (p.157): la descrizione del caos interno alla casa non è un dettaglio avulso dal contesto storico. Il mondo caotico è un mondo che soffre: “le lacrime sono nella natura delle cose. Sunt lacrimae rerum” (p.43). Tuttavia al dolore naturale e ineludibile, espresso attraverso la nota citazione virgiliana, si aggiunge quello che l’essere umano si autoprocura: “L’Europa in piena crisi esistenziale, debole e litigiosa, cova nazionalismi compiaciuti che sorseggiano la stessa buona birra. Confusione di valori, il bacillo dell’antisemitismo in eterna incubazione, le moltitudini dei migranti esauste, inferocite, stanche. Altrove, in ogni dove, inedite ineguaglianze economiche, con i super ricchi assurti a razza dominante a parte. L’ingegno impiegato dagli stati per escogitare nuove geniali armi distruttive, dalle corporazioni internazionali per eludere il sistema fiscale, da virtuosi istituti di credito per ammassare milioni come fosse sempre Natale. La libertà di parola non più garantita, la democrazia liberale non più ovvio porto di destinazione, robot che rubano posti di lavoro, la libertà individuale in rotta di collisione con la sicurezza, il socialismo in disgrazia, il capitalismo corrotto, rovinoso e non meno in disgrazia, nessuna alternativa in vista. Questi disastri sono il frutto della nostra duplice natura. Ingegnosa e infantile. Abbiamo costruito un mondo troppo pericoloso e complesso per poterlo governare con il nostro temperamento attaccabrighe” (pp.24-25). L'assurdo risiede nella mediocrità del male: Trudy e Claude uccidono per futili motivi — il possesso di una casa, la comodità di una relazione — obiettivi che avrebbero potuto ottenere con un semplice divorzio. La loro è una violenza banale, priva di grandezza tragica. Violenza e putredine morale sono i due volti del caos. Il feto lo comprende e reagisce. Al non essere preferisce l’essere. La tentazione del suicidio (“Non voglio nascere, mai”, p.69; “per togliermi la vita mi servirà il cordone, tre giri di mortale viluppo intorno al collo”, p.112) viene da lui subito scartata (“voglio la mia vita… voglio diventare”, p. 113). Il feto preferisce venire al mondo, agire, anche se questo significherà sporcarsi nell’immondizia della storia. Al di là della novità stilistica che ci fa leggere questo libro in chiave ironica come un originale rovesciamento del noto dramma shakespeariano, quello di cui McEwan sta parlando è il ruolo dell’intellettuale nella diffusa corruzione della realtà. La scelta di nascere fa del feto l’allegoria dell’intellettuale che al silenzio del non essere preferisce il coraggio di vivere, sporcarsi, intervenire in un mondo in cui tutto crolla e la società sembra un nugolo di “mosche ronzanti sull’immondizia” (p.70). Nascere è scegliere di agire, rispetto alla via di fuga più facile dell’autosoppressione, cioè del silenzio. Osservare, analizzare, riflettere – le tre azioni fondamentali che il feto compie nella placenta di Trudy – e poi nascere sono scelte dall’alto valore morale: equivalgono a uscire dal guscio di una letteratura come rifugio dall’orrore del presente, significano usare la parola per dire che questa realtà che abbiamo costruito è velenosa, tossica, letale. Questo, in fondo, è il compito dell’intellettuale: scrivere e non stancarsi mai di dire al mondo che la storia voluta dai potenti è solo caos. Scriverlo forse non cambia le cose. La scrittura non ha potere trasformativo, si dirà. La scrittura “non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”, ammoniva Franco Fortini in Traducendo Brecht. La scrittura genera idee, solleva dubbi, fa nascere indignazione: e così prepara le rivoluzioni. Ian McEwan, Nel guscio, Einaudi Super ET, 2018

giovedì 27 novembre 2025

M. RECALCATI - LA LUCE E L'ONDA. COSA SIGNIFICA INSEGNARE

 

Dopo L’ora di lezione, Recalcati con La luce e l’onda torna a occuparsi di scuola affrontando un tema oggi cruciale, che è il filo conduttore del suo nuovo saggio e ne costituisce peraltro il sottotitolo: Cosa significa insegnare?

In continuità con il suo precedente lavoro, Recalcati insiste ancora sul carisma del docente che con la sua passione deve saper accendere negli allievi il desiderio di conoscere. Il maestro illumina, con il suo sapere, e la sua parola prepara i giovani ad affrontare l’onda del Reale, ossia l’impatto con l’imprevedibilità e le multiformi manifestazioni dell’esistenza. L’autore distingue due momenti estremamente costruttivi nell’apprendimento: c’è prima una forma di necessaria imitazione delle indicazioni del maestro, poi, invece, diventa fondamentale la soggettivazione di quel sapere, ovvero la rielaborazione personale. In mezzo c’è uno spazio vuoto, una domanda che neanche l’esperienza del maestro potrà colmare, perché il maestro non può essere padrone dell’immenso scibile umano e non può avere tutte le risposte ai molteplici impatti con il Reale che costituiscono il percorso dell’esistenza di ciascuno. E proprio attraverso quel vuoto si fanno strada la domanda e la ricerca, e da lì inizia la costruzione di uno stile originale, il modo autonomo e singolare che il giovane sperimenterà per affrontare l’onda, la vita. E la metafora del nuoto diventa, a questo proposito, molto chiarificatrice: “per apprendere davvero l’arte del nuoto il bambino deve abbandonare la spiaggia per inoltrarsi tra le onde. Non ha nessuno davanti a sé e non ha più nessuno al suo fianco. Accade ogni volta che siamo di fronte a una prova. L’amicizia con l’onda deve essere una nostra invenzione. Il maestro può favorirla ma non garantirla” (p. 50). Recalcati poi precisa: “solo l’impatto con l’onda può costringere il bambino a fare proprio quello che ha ricevuto dall’Altro” (p. 50).

Anche il maestro è onda. O meglio, è luce e onda contemporaneamente: “Ogni maestro è luce e onda nello stesso tempo: allarga l’orizzonte del nostro mondo sospingendoci verso la necessaria soggettivazione del sapere. La figura del maestro è una figura della luce perché mostra l’esistenza di spazi impensati e invisibili e, al tempo stesso, chiarifica quello che all’allievo può apparire inestricabile e incomprensibile”.  Tuttavia  “il suo movimento assomiglia a quello dell’onda poiché incarna l’impatto dell’allievo con qualcosa che resiste, con una differenza che non può essere pareggiata, che è incomparabile e che proprio per questo ci costringe a trovare un nostro stile singolare.” In definitiva, “quello che è stato scolasticamente acquisito deve essere ripreso in modo singolare, riaperto, risoggettivato creativamente, reinventato”.

Appare molto interessante che oggi si ritorni a porre l’attenzione sul valore pedagogico, culturale e sociale dei maestri. Dopo anni di discredito sociale diffuso e generalizzato, forse riemerge il bisogno di punti di riferimento. Va fatta, però, una precisazione. Riabilitare la figura del maestro non significa difendere automaticamente anche la scuola come istituzione, che oggi presenta tutte le sue falle. È sotto gli occhi di tutti, la scuola si mostra come una macchina che arranca: povertà di risorse economiche, che continuano a essere stanziate in modo cospicuo e inspiegabile alle scuole private e sottratte a quelle pubbliche; precariato persistente; ingerenza dello Stato in materia di educazione; ipervalutazionismo affidato alla sommarietà di numeri, spesso attribuiti senza concrete riflessioni e suggerimenti in grado di modificare in meglio percorsi di apprendimento in molti casi inefficaci. Si registra una residua militarizzazione del contesto scolastico: tutto a scuola è “guidato”, dalle uscite didattiche, definite appunto “visite guidate”, alle discussioni, sempre “guidate”, in classe. Tutto è verticistico e gerarchicamente organizzato: la disposizione dei banchi è orientata verso il docente, gli alunni fra loro si danno le spalle e non riescono a guardarsi negli occhi; la scuola è diventata – o forse, meglio, è tornata ad essere – punitiva. Senza dubbio gli smartphone hanno gravi colpe (anche se c’è da chiedersi in che modo una “cosa” possa avere responsabilità), ma vietarli è un’esagerazione: è come togliere la patente a tutti, perché ci sono incidenti. Andrebbe inserita forse l’informatica nei piani di studio: conoscere per educare. Oggi la scuola orienta… ma ricorrendo all’intervento di esperti esterni: ammette così, ingenuamente, la propria incapacità e insufficienza a fornire indicazioni utili a vivere, il proprio distacco dalla vita. Ciò significa dire erroneamente che la letteratura, la filosofia, le scienze sono solo “chiacchiere” e che bisogna ricorrere a interventi di professionisti specializzati per assorbire ciò che la società richiede: la scuola non sa, non ce la fa, è anacronistica. Si illude di formare al lavoro, mostrandosi completamente inadeguata, invece, alla rapidità dei cambiamenti che le nuove tecnologie stanno apportando proprio al mondo del lavoro: quello per cui formiamo oggi, forse domani non esisterà più, almeno nei modi in cui noi l’abbiamo presentato. I docenti oggi sono costretti a competere con il “bombardamento disordinato delle informazioni” provenienti dai social: Bernard Stiegler, le definisce “psicotecniche che minano alle radici la possibilità di sviluppare un pensiero critico, esercitando delle forme di captazione dell’attenzione tali da distruggerne la natura” (p.118). L’eredità del socratismo a lungo custodita dalla didattica sembra evaporare in un attimo.

Insomma, la scuola ha enormi problemi, ma resta - e Recalcati lo sottolinea chiaramente - un presidio di umanità e democrazia: custodisce la “pluralità delle lingue” (p. 146), educa all’ascolto, un valore indiscutibile, perché “la parola senza l’ascolto dell’Altro è condannata ad essere vuota” (p. 146), insegna il rispetto per la differenza e forma alla convivenza pacifica.

Una speranza? Certo. La svolta probabilmente verrà proprio da quelle che vengono liquidate come “chiacchiere”, “fronzoli”, le solite materie inutili: la filosofia, il latino, l’arte. Queste discipline, considerate da molti come quelle che “non servono” in un mercato che esige competenze immediatamente spendibili, potrebbero essere la chiave per il cambiamento.

Saranno loro a restituire ai giovani la forza di pensare criticamente e di emanciparsi. Potranno sgravarli dal peso di famiglie che li infantilizzano per colmare i propri deficit educativi, li affrancheranno da genitori che pretendono di spianare la strada verso la felicità, ma al contempo caricano di aspettative, demonizzando ogni errore o insuccesso momentaneo come un disonorevole fallimento.

La scuola è un presidio di libertà, da tutte le trappole che ingabbiano la crescita. L’antidoto è la cultura.

E quel pasoliniano “tu splendi”, nella libertà che la “luce” dei maestri saprà insegnare, forse si realizzerà.

M. RECALCATI, La luce e l’onda. Cosa significa insegnare, Einaudi, Torino, 2025

Cfr.:https://www.glistatigenerali.com/cultura/letteratura/m-recalcati-la-luce-e-londa-cosa-significa-insegnare/


lunedì 24 novembre 2025

M. NUSSBAUM - NON PER PROFITTO

 

Il saggio di Martha Nussbaum Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica è stato pubblicato in Italia nel 2011 (ed. il Mulino). Nell’arco di quattordici anni nulla è cambiato, anzi la situazione denunciata dalla filosofa americana è ulteriormente peggiorata, al punto che Non per profitto oggi appare come un libro profetico: l’economia di mercato ha contaminato totalmente il mondo dell’istruzione al punto che le discipline umanistiche ritenute orpelli inutili al successo economico, vengono sistematicamente marginalizzate e erose: le ore loro destinate sono state nel tempo ridotte rispetto alle discipline STEM, le sole ritenute in grado di fornire le competenze necessarie a diventare competitivi nel mondo del lavoro.

In generale oggi  “si tende a considerare le materie umanistiche alla stregua di conoscenze tecniche da valutare sulla base di test a risposta multipla, mentre le competenze critiche e inventive che ne costituiscono il nucleo sono messe da parte” (p. 146).

A questo proposito l’autrice riporta un discorso di B. Obama sull’istruzione pubblicato nel 2009 sul Wall Street Journal, in cui il presidente americano tesseva l’elogio dei Paesi dell’Estremo Oriente per il coraggio di saper investire tempo nell’insegnamento di “cose che servono alla carriera”, diversamente da noi occidentali che ci perdiamo in “cose che non servono” (p.150). Appare chiaro che da questo punto di vista fortemente condizionato dalle esigenze del mercato, l’istruzione scolastica deve essere orientata al solo scopo di trovare un buon lavoro e affinare quelle competenze maggiormente richieste da una società sempre più marcatamente neoliberista. L’idea, invece, che la scuola possa insegnare ad essere cittadini attivi, responsabili, coscienziosi, ad essere cioè persone serie e sensibili, empatiche e non competitive, altruiste e non cinicamente volte al successo ad ogni costo, consapevoli della fragilità umana e non disposte a mostrarsi per forza performanti, ebbene quest’idea non sfiora mai nessuno. E quando M. Nussbaum denunciò questo stato di cose molti intellettuali definirono la sua analisi  “sempre lo stesso piagnisteo, anche piuttosto stucchevole” ( cfr. C. Giunta, recensione a M. Nussbaum), frutto cioè del conservatorismo di chi non sa adattarsi ai cambiamenti della storia e all’inarrestabilità del progresso come dimostrerebbero le frasi di Tagore, spesso citato dalla saggista che ha attinto a testi scritti dall’intellettuale indiano nel 1917: la lamentela della Nussbaum sarebbe dunque poco originale, datata e anacronistica. Si sottovaluta invece la portata universale delle osservazioni di Tagore. La loro validità, infatti, è ampiamente testimoniata dal fatto che forse la compressione delle democrazie nel nostro tempo ha una delle sue radici proprio nella diffusa ignoranza delle nuove generazioni che accettano passivamente e apaticamente ciò che accade intorno a loro, disabituate completamente al pensiero divergente, all’esercizio del dubbio e della discussione, alla visione critica delle cose e dello status quo, all’immaginazione di alternative. Nessuno pensa – o forse, peggio, molti fanno finta di non accorgersene per non sembrare Cassandre- che la svolta antidemocratica, illiberale, razzista, aporofobica di molti paesi occidentali pure eredi dell’Illuminismo, abbia come spiegazione proprio un radicato individualismo che ha calpestato le migliori conquiste in termini di libertà, fraternità e uguaglianza, parole che oggi sono state visibilmente manipolate. La licenza di dire tutto sentendosi legittimati anche a offendere in nome di una presunta libertà di opinione spinta fino all’arbitrio e da molti rivendicata, non è, infatti, libertà. Fraternità è diventato sinonimo di consorteria: fratelli si chiamano in Italia oggi i componenti di partiti politici che però assumono spesso posizioni xenofobe e discriminatorie; fratelli si definiscono persino i membri delle associazioni islamiste radicali, i “fratelli musulmani”. La fraternità, insomma, ha perso anche quella sfumatura di senso che il Cristianesimo aveva contribuito a darle, facendola combaciare con la reciprocità e la scambievolezza. Uguaglianza è poi un termine aborrito: nella società del privilegio, chi ha vuole avere sempre di più e la condivisione è percepita come una deminutio; per la cultura del “merito” essere detti uguali pare un’offesa, anche se non si comprende che spesso il cosiddetto “merito” è il frutto di opportunità garantite dalla propria collocazione di classe, che altri (per storia personale, familiare, provenienza socio-culturale) non hanno avuto.

Vogliamo che la democrazia sopravviva? E allora – osserva M. Nussbaum – cominciamo dall’educazione: didattica socratica e promozione del dialogo, studio dei classici per ristabilire il senso dell’humanitas, rispetto dell’altro… perché la democrazia è questo, esattamente questo.

Si potrà obiettare che la cultura umanistica non è garanzia di finezza d’animo: le SS andavano in giro con la Repubblica di Platone sotto il braccio. È vero. Ma forse nessuno gliel’aveva spiegata bene, nessuno aveva dimostrato loro che ci sarà stato un motivo se Platone al potere voleva i filosofi.

Leggere poesie, esaminare un quadro, misurarsi con la complessità di un testo filosofico non è solo un utile esercizio intellettuale, vuol dire immergersi in un mondo in cui entrano in gioco non solo i ragionamenti, ma anche le emozioni che vanno riconosciute, nominate e allenate. D. Goleman nel suo Intelligenza emotiva, fa notare che dalle emozioni si generano i sentimenti e i sentimenti producono azioni. Dall’empatia nasce la solidarietà e la solidarietà non è solo un buon sentimento: è un insieme di specifiche azioni che hanno conseguenze socialmente e politicamente costruttive. È per questo che i padri costituenti l’hanno saggiamente inserita tra i valori fondanti della Costituzione italiana.

Oggi le democrazie sono in crisi, ma forse è l’idea stessa di umanità che si sta indebolendo. E questo  lento suicidio collettivo ha una spiegazione: Tagore lo chiama il disseccarsi dell’anima.

giovedì 20 novembre 2025

D. BUZZATI - UN AMORE

 

Un amore potrebbe apparentemente sembrare un romanzo dalla trama scontata: un cinquantenne si innamora di una prostituta. 

L’amore si scontra con la cinica indifferenza di una fanciulla venale: Buzzati sembra raccontarci una storia trita. Lui stesso fa riferimento a precisi modelli ispiratori, paragona il suo Antonio Dorigo a Unrath dell’Angelo azzurro  e a Muffat protagonista maschile del romanzo zoliano Nanà. È abbastanza riconoscibile una certa impronta sveviana: Dorigo è un cinquantenne, scenografo, di buona famiglia, schifosamente borghese, con la testa piena di pregiudizi borghesi e orgoglioso della sua rispettabilità borghese  (p.255). Così lo definisce Piera, una prostituta cui Dorigo si rivolge per avere notizie di Laide, visto che si sta sforzando di non frequentala più, per guarire da un mal d’amore che lo sta prostrando. Le remore borghesi di Dorigo ricordano molto gli alibi e gli autoinganni di Emilio Brentani, perdutamente innamorato di Angiolina che invece è interessata solo al denaro. La delusione di Dorigo che ammette con amarezza il fallimento della relazione con Laide – “No. L’amore non  è bastato. I soldi, il rispetto, la devozione, le premure, non sono bastati”  (p. 230) – è espressa da Buzzati in modo emotivamente più appassionato e meno costruito dal punto di vista ideologico, ma può senza dubbio essere paragonata alla triste presa di coscienza di E. Brentani che dichiara, senza più infingimenti, a se stesso che “la figlia del popolo teneva dalla parte dei ricchi”.

Insomma l’idea che è alla base del romanzo appare abbastanza sfruttata. Eppure c’è qualcosa che spinge il lettore ad andare fino in fondo. Tra quelle pagine si annida una verità che va al di là della squallida storia di un frequentatore di bordelli che alla fine resta ingabbiato in un amore impossibile. È l’immagine del “gorgo” : Buzzati se ne serve quando paragona il suo personaggio a un “uomo sulla zattera nel mezzo dell’immenso fiume” trascinato in una “ ignota fossa”, un “gorgo” da cui Dorigo “si era lasciato agganciare” e ormai “la discesa si convertiva in precipizio” (p.223).

Una sola vocale in più trasforma Dorigo in Drogo, il tenente Givanni Drogo, protagonista del “Deserto dei Tartari”: tra i due personaggi c’è una perfetta continuità. Entrambi sono immersi nel deserto del mondo, in una terra desolata. L’aridità esistenziale ha come correlativo oggettivo in Un amore, una Milano immersa nel sonno, una “città che dorme”, in cui anche le macchine stanche giacciono inerti in sterminate file lungo i marciapiedi” (p.264). Quella sensazione di “stanchezza vuoto solitudine” (p. 266) di Dorigo sono lo specchio di una condizione storica. Un amore viene pubblicato nel 1963:  la guerra, il boom economico, l’euforia del benessere hanno trasformato l’Italia e desertificato la storia. Non c’è più spazio per slanci ideali: la mutazione antropologica lamentata da Pasolini, l’omologazione prodotta dal capitalismo, la massiccia industrializzazione, la perdita generale di valori di riferimento trovano una traduzione icastica nella Milano descritta da Buzzati: grigia, “con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia […] oppure semplicemente caligine uscita dai camini, dagli sfiatatoi delle caldaie a nafta, dalle ciminiere delle raffinerie Coloradi, dei camion ruggenti, dalle fogne, dai cumuli di detriti immondi rovesciati sulle aree fabbricabili della periferia, dalla trachea dei milioni e milioni - erano tanti?- assembrati fra cemento asfalto e rabbia intorno a lui” (p.20). Una nuvola di smog, direbbe I. Calvino, avvolge e soffoca tutto.

Influenze letterarie e sguardo disincantato sulla realtà avvicinano Un amore ai grandi libri della grande tradizione letteraria. Per scrivere un classico serve togliere l’attuale dal presente: e il male di vivere di Dorigo, infatti, travalica i dati specifici della fenomenologia della malattia d’amore. La storia d’amore è il camouflage per dire altro, come hanno fatto gli intellettuali di ogni tempo.

 Sembra infatti incidere su Buzzati una memoria più profonda: Dorigo ha qualcosa di donchisciottesco. Crede fermamente nella forza del sentimento amoroso, è persino ingenuamente convinto che l’amore potrà riscattare Laide dalla sua grama vita, sprecata tra case di appuntamenti e night clubs. Tuttavia quando comprende che è finita, e si rende conto che “Antonio è tornato ad essere Antonio” (p.269), quando cioè recupera quella lucidità che la passione aveva offuscato, ebbene allora “ ricomincia a vedere il mondo come prima” (p. 269). Quella “torre inesorabile nera” (p.270) ricomincia a proiettare la sua ombra su di lui: “l’amore gli aveva fatto completamente dimenticare che esisteva la morte”. E così noi immaginiamo Dorigo spegnersi lentamente nell’attesa della morte. Il lettore riconosce nelle vicissitudini di Dorigo le tappe della vicenda di Don Chisciotte: l’hidalgo della Mancia alla fine delle sue disastrose avventure torna ad essere se stesso, rinsavisce, guarisce dalla pazzia, ma muore. Laide, come Dulcinea, dà senso all’esistenza: se il sogno finisce, finisce anche la vita.

Però a differenza di Cervantes, Buzzati sembra dare una svolta inaspettata al suo romanzo. L’ombra incombente e incancellabile della morte, non riesce a sopprimere del tutto la forza della vita. Il desiderio di Laide di “avere una bambina” (p.262) è spiazzante: la ragazza venale, spietata e cinica, indifferente ai sentimenti, spregiudicata, inaspettatamente scopre che esiste un’alternativa alla realtà, al grigiore  di una vita intrappolante, in cui spesso anche il cinismo è la logica reazione alla sconfitta.

La città dorme, le strade sono deserte, Dorigo con il suo disincanto sa che “domani ricomincerà la cattiveria e la vergogna”, eppure ammira in Laide la capacità di aver saputo cogliere  “la grande ora della vita”. Grazie a questa sua istintiva comprensione del senso nascosto delle cose, “lei per un attimo sta al di sopra di tutti”(p.270). Esiste la vita. “E non c’è più l’inferno” (p.265).

D.Buzzati, Un amore, Arnoldo Mondadori, Milano, Oscar narrativa 1989.

cfr.:https://www.glistatigenerali.com/cultura/letteratura/d-buzzati-un-amore/

domenica 5 ottobre 2025

MATTEO NUCCI - PLATONE. UNA STORIA D'AMORE

 

SONO COMUNI LE COSE DEGLI AMICI

“Espressione perfetta: amore platonico. Ma è una beffa che vale solo per chi non sappia niente di lui”: sono le parole con cui M. Nucci in Platone. Una storia d'amore si riferisce al grande protagonista del suo libro e della filosofia di ogni tempo, “lui”, Platone, il filosofo “dalle spalle larghe”, come lo battezzò il suo maestro di ginnastica – profeticamente, in considerazione del calibro della sua influenza sul pensiero occidentale - quando ancora per tutti era il giovane Aristocle.

M. Nucci rivela il carattere mendace costruito da secoli di monopolio culturale cristiano, della definizione “amore platonico”: il Platone che lo scrittore romano ci restituisce è, invece, un uomo che ama in modo umano, che vive anche amori sbagliati, come  quello per il giovane Alkis, seducente e infedele; un uomo che costruì una relazione fatta di affinità intellettuali, oltre che di appassionato trasporto, con il siracusano Dione, ispiratore pel progetto politico che per ben tre volte Platone tentò di realizzare a Siracusa. È a Dione che Platone, nella veste meno conosciuta di poeta, dedica i versi accorati del “rimpianto per tutto quel che poteva essere e invece non fu mai”, “l’ultima poesia” che si chiude con una dedica dettata da una passione ardente: “Tu che hai reso folle d’amore il mio animo. Dione.”

Il libro di M. Nucci del romanzo ha la veste esteriore, le strategie narrative, la seduzione della voce narrante: lo Straniero, l’alter ego dell’autore, attraversa il tempo e la storia, è sì contemporaneo di Platone, compagno di viaggio nella vita del filosofo, ma è pure vicino alla nostra sensibilità. In ogni punto del romanzo lo Straniero è pronto a dichiarare l’inafferrabilità di Platone: “ho passato una vita con quest’idea. Una vita a rincorrere l’uomo, fin dal primo incontro. Talmente intricato, Platone con la sua scrittura di artista filosofico, che è impossibile agguantarlo”. Il filosofo ateniese rimane sempre "contraddittorio", al punto che persino chi lo ama e gli dedica la vita per studiarlo, si sente comunque e sempre “straniero”, capisce di non poter abitare fino in fondo i suoi passi, i suoi testi. Eppure l’impenetrabilità, l’oscurità, la difficoltà sono di stimolo all’amore: χαλεπά τά καλά, sono difficili le cose belle, lo ha scritto Platone in molti suoi testi, lo ripete, a se stesso e ai lettori, lo Straniero.

Un romanzo, quello di M. Nucci, che non lascia mai spazio all’arbitrio o alla fantasia: tutto è testimoniato con cura filologica dai riferimenti alle opere platoniche, dai Dialoghi ai versi composti dal filosofo e raccolti nell’Antologia Palatina. Di romanzesco c’è la sfida della ricerca (quête), il tentativo di cogliere “lo sviluppo dell’anima e dello spirito” di Platone, nonostante la sua “multiformità”, che lo rende refrattario a ogni possibile tentativo di interpretazione univoca e definitiva. Di romanzesco c’è ancora l’avventura di chi, come lo Straniero, è stato pronto a tutto per amore: “ero pazzo di quell’uomo che faceva sognare, pieno di una fiducia in se stesso che gli permetteva di lanciarsi verso il futuro come se niente fosse, come se non esistessero ostacoli. Amavo lui e il suo sogno oltreumano e trovai invece un uomo che allora era un ragazzino: Aristocle. Un uomo che da allora ho rincorso di continuo. Ma non per catturarlo. Non per comprenderlo, come se fosse poi possibile. Solo per continuare ad amarlo”. Tuttavia l’abilità mostrata da Nucci nella costruzione dell’intreccio narrativo e nella sensibilità che traspare dalle considerazioni dello Straniero, si affianca al rigore della ricostruzione storica di un'Atene devastata dalla guerra contro Sparta, di una città caduta nel baratro della demagogia e della miopia politica dei Trenta Tiranni che condannano a morte il Maestro, Socrate, uccidendo così, in un simbolico parricidio, la forza della coscienza critica e decretando la fine di una civiltà, quella della polis, della parresia, della libertà: un passato che non sembra poi così lontano e che proietta le sue ombre sul nostro cupo presente.

Una storia d’amore, è il sottotitolo del libro di Nucci: l’amore non è solo l'ammirazione radicale dell'autore per il filosofo, ma è soprattutto la dedizione di Platone per quell’idea di Bellezza a cui il filosofo si impegnò a far somigliare il mondo, affrontando con il coraggio della scrittura, la sua catabasi nelle viscere infernali di un’Atene prostrata. Platone, discendente del sapiente Solone, da cui eredita l’ideale dell’εὐνομία, il buon governo fondato sulla giustizia; Platone, amico del pitagorico Archita che gli lascia come ideale testamento la massima incisa sull’architrave della scuola tarantina e poi confluita nel Fedro: κοινὰ γὰρ τὰ τῶν φίλων, “sono comuni le cose degli amici”, è l’uomo che ci lascia un insegnamento immortale. Dalle pagine di M. Nucci si apprende chiaramente quale fu la spinta morale che animò Platone e che dovrebbe essere di monito anche oggi: l’amore appassionato per ciò che si fa e per un’idea di mondo - giusto, bello, umano - che non si può soltanto vagheggiare, ma bisogna sforzarsi di realizzare, rischiando anche di fallire. In Platone - e Nucci lo sottolinea in modo sentito e chiaro - è sempre forte e radicata la convinzione che il sapere è una ricchezza troppo preziosa perché sia coltivata in solitudine contemplativa, è piuttosto un bene che va condiviso (“sono comuni le cose degli amici”, appunto) perché solo “una comunità organizzata con cura” può costituire “una grande scuola per la formazione di uomini capaci nella politica cittadina”.

E oggi ne abbiamo bisogno più che mai.

                                                                                                                        Teresa D'Errico

Matteo Nucci, Platone. Una storia d'amoreFeltrinelli, 2025


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