Leggere vuol dire...

Leggere, come io l'intendo, vuol dire profondamente pensare. [...] La ragione ed il vero sono quei tali conquistatori, che, per vincere e conquistare durevolmente, nessun'altra arme debbono adoperare, che le semplici parole. Perciò le religioni diverse, e la cieca obbedienza, si sono sempre insegnate coll'armi; ma la sana filosofia e i moderati governi, coi libri.
(V. Alfieri, "Del principe e delle lettere", 1786)

lunedì 5 gennaio 2026

L. SCIASCIA - UNA STORIA SEMPLICE

Una storia semplice è l’ultimo romanzo pubblicato da L. Sciascia e costituisce la summa dei pilastri fondamentali del suo pensiero: il valore incrollabile della ragione, intesa come lume per distinguere i fatti dalle mistificazioni, la forza del dubbio, come metodo costante per analizzare la realtà senza pregiudizi e al di là di ciò che appare. La Sicilia sciasciana è simbolicamente lo specchio di un mondo corrotto in cui l’ingiustizia predomina a causa di una forte compromissione delle istituzioni con i gangli mafiosi resistenti ad ogni tentativo che i pochi onesti compiono per debellarli. Tuttavia, pur senza alcuna garanzia di successo, anzi con la certezza del fallimento, Sciascia si fa portavoce di un illuminismo critico centrato sulla ragione come unico strumento per smascherare i meccanismi del potere.  La cultura del sospetto, etimologicamente da subspicere, “guardare sotto”, spinge l’onesto cercatore della verità a intraprendere un cammino al di là delle apparenze, delle strade facili, delle semplificazioni comode.
Proprio questo è ciò che fa il brigadiere Lagandara, dimostrando che la storia semplice della morte del diplomatico Roccella, liquidata dagli inquirenti come “suicidio”, ha invece una complessità maggiore di quanto si possa immaginare: si tratta di omicidio determinato dalla necessità di eliminare il testimone scomodo di un traffico di droga e opere d’arte. Questa verità emerge dalla lotta dura del brigadiere contro la collusione del commissario, complice dei trafficanti, e dalla pigrizia intellettuale delle altre autorità (questore, procuratore) che vogliono chiudere presto il caso: “questo è un caso semplice, bisogna non farlo montare e sbrigarcene al più presto”, dice il questore (p. 24). Persino il prete – il finto prete, di fatto un membro della banda di trafficanti – che di fatto depista le indagini, definisce in modo svilente e sarcastico, “romanzo” (quasi, dunque, un’accozzaglia di fantasiose congetture) l’insieme delle ricostruzioni a cui pazientemente il brigadiere ha cercato di dare forma, . Lagandara è l’eroe solitario che cerca di fare luce dove regnano l’oscurità morale e legale: “il brigadiere cercò se vi fosse una luce da accendere per illuminare quella scala” (p.19). Non si tratta solo di una luce fisica, quella che il brigadiere cerca di accendere è una scintilla di razionalità nel regno del caos: quella linearità, cioè, che mette insieme cause e conseguenze contro ogni semplicismo criminale. C’è un altro personaggio che affianca il brigadiere nel suo cammino verso la verità, Il professor Carmelo Franzò. Costui non ha un ruolo attivo nell'indagine fisica, ma rappresenta un elemento cruciale per l'interpretazione degli eventi. La sua collaborazione con il Brigadiere non è pratica, ma etica e intellettuale, utile a mettere insieme gli indizi del complotto. Il professor Franzò offre al brigadiere Lagandara (e implicitamente al lettore) un metro di paragone morale e intellettuale. I loro incontri diventano momenti di profonda riflessione sulla giustizia e sulla corruzione. È portavoce del pensiero di Sciascia, che proprio attraverso il Professore, ribadisce il suo credo: la cultura e il ragionamento lucido sono l'unica vera difesa contro l'inerzia, l'omertà e la violenza mafiosa. La frase chiave che Franzò pronuncia, in un confronto con il magistrato inquirente, suo mediocre ex allievo, è: “l’italiano non è l’italiano: è il ragionare” (p. 44). In questa frase Sciascia condensa il nucleo più profondo del suo romanzo – testamento spirituale: la lingua italiana non è un semplice strumento mnemonico o una materia scolastica fine a se stessa, ma rappresenta il fondamento del pensiero critico, della logica e della capacità di ragionare. Per il magistrato, che ha raggiunto il successo nonostante i suoi scarsi risultati in italiano, l’italiano è solo grammatica, punteggiatura e storia della letteratura, roba inutile, cioè, dal suo punto di vista, sulla strada verso il successo. “Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”, gli fa notare il professore, con sottile sarcasmo. Il professor Franzò ribalta la prospettiva del magistrato, arrivato ai vertici del potere, pur non essendo competente nella propria lingua . Quando il professore afferma che l’italiano è il ragionare suggerisce che la padronanza della lingua è direttamente collegata alla capacità di strutturare un pensiero, di analizzare un problema, di distinguere tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è. Un uso preciso e corretto dell’italiano riflette una mente ordinata, lucida, critica. La lingua, in quest’ottica, diventa uno strumento per ordinare il caos del mondo e per elaborare conclusioni logiche. Chi non sa usare l’italiano, chi non sa parlare o scrivere, non sa pensare, sta dicendo il professore. La provocazione di Franzò è, dunque, un’accusa velata. Sciascia suggerisce che il successo del magistrato potrebbe essere stato ottenuto non grazie alle sue capacità intrinseche, ma sfruttando una mancanza di etica o di pensiero critico. Il magistrato conferma di essere quello che era da studente: un uomo che non sa ragionare. Chi non padroneggia la propria lingua, potrebbe essere più facilmente manipolabile, meno propenso a cogliere le ingiustizie o a mettere in discussione il sistema. Di conseguenza, potrebbe salire più facilmente nella scala sociale, proprio perché non rappresenta una minaccia intellettuale per chi detiene il potere. Sciascia lega indissolubilmente la lingua alla moralità e all’onestà intellettuale. Per lui, l’italiano non è solo un insieme di regole grammaticali, ma è un’etica. Imparare a usarlo con precisione significa sviluppare un senso di verità e giustizia. Il magistrato, che ha poca padronanza della lingua, non ha solo una lacuna formale, ma ha una mancanza di lucidità morale che lo rende parte di un sistema corrotto o incapace di opporsi ad esso. In una società moralmente compromessa, la capacità di ragionare diventa l’unica arma per navigare in questo labirinto e per svelarne l’inganno. Per Sciascia, un Paese che smette di preoccuparsi della lingua è un Paese che misconosce la giustizia. E non è un caso che la frase del professore venga pronunciata proprio in un contesto giudiziario, dove la chiarezza del linguaggio dovrebbe essere la base della legge e della ricerca della verità. Colpisce un particolare: il messaggio fondamentale di questo ultimo romanzo scritto da Sciascia è affidato un professore. La verità non è ciò che appare, nella sua semplicità. Occorre andare in profondità. Il sospetto (p.25) del brigadiere è un guardare sotto le apparenze della semplicità. L’intellettuale, il professore, sa leggere dentro i fatti: è lui che definisce “errore” (p.55) il comportamento del commissario durante le indagini. Subspicere (“guardare sotto” le apparenze) e intelligere (legere intus e intra, leggere dentro la storia e tra i fatti, cogliendone le relazioni): due parole-testamento che Sciascia ci consegna per comprendere qualsiasi “storia semplice” del presente: rigurgiti di neofascismo, ritorno di logiche belliciste, l’attualità del tragico tema lucaneo, quello dello ius datum sceleri, del delitto, cioè, diventato ormai diritto. Una “storia semplice”: ciò che sta accadendo nel mondo lo dimostra. L. Sciascia, Una storia semplice, Adelphi, 2024

IAN McEWAN - NEL GUSCIO

Nel guscio è un romanzo di Ian McEwan, raffinato scrittore britannico contemporaneo, noto per la sua capacità di esplorare le complessità della psiche umana con una precisione quasi chirurgica.
La sua prosa, lucida ed elegante, esplora spesso come l'imprevisto — un tradimento, una gravidanza o un parto improvviso — possa sconvolgere un'intera esistenza. Mc Ewan si muove abilmente tra l'analisi psicologica e la tensione del thriller e rimodella i riferimenti classici in modo originale e a tratti paradossale. Nel guscio è una reinterpretazione in chiave parodica del nucleo narrativo fondamentale dell’Amleto shakespeariano: Trudy e Claude - i cui nomi richiamano quelli di Gertrude e Claudio - sono i due amanti traditori che progettano e attuano l’avvelenamento di John, poeta, marito della donna e fratello di Claude. Nel dramma di Shakespeare la tragedia inizia dopo l’assassinio del re di Danimarca. Il dramma vede come protagonista la solitudine del revenger Amleto, procrastinatore divorato dal dubbio e bloccato dalla paralisi dell’azione. Già Pirandello notava che la condizione di Amleto è in tutto simile a quella di Oreste: entrambi figli di madri traditrici e padri assassinati. Due tragedie speculari in cui sono in gioco potere e sesso. Quello che cambia è la reazione dei due giovani di fronte al dolore e all’ingiustizia: Oreste non ha esitazioni a vendicare Agamennone, sa che deve uccidere i due assassini, è questa la ferrea legge morale che deve applicare, è questa la condotta che tutti si aspettano da lui e che lui stesso sente di dover applicare. Amleto, invece, si perde nei meandri della propria psiche, nei suoi labirinti interiori, sospeso tra dubbi, incertezze, senso del dovere, paura. È l’antesignano dei numerosi antieroi contemporanei, incarna la condizione dell’uomo moderno perduto in uno smarrimento senza più punti di riferimento. Nel romanzo di McEwan la vicenda assume le sfumature del thriller: John, la vittima, è vivo, parla, esprime i suoi sentimenti e solo verso la fine del racconto verrà ucciso dai due cognati assassini. Non c’è nessun fantasma che chiede vendetta, come invece accadeva nell’Amleto. Eppure la nascita del figlio vendicatore occuperà una parte importante del romanzo. La vera novità del libro Nel guscio non consiste però nella diversa cronologia degli eventi rispetto al modello shakespeariano, bensì nella prospettiva. Come in Shakespeare il punto di vista è quello del figlio che deve vendicare il padre, tuttavia il figlio a cui Mc Ewan dà voce non ancora nato, perciò il suo punto di vista di narratore interno alla vicenda, è completamente inedito e anticonvenzionale. Il feto che sta crescendo nel ventre di Trudy è l’attento esaminatore dei fatti, un figlio non voluto, impotente ad agire non per debolezza della volontà e dell’azione, bensì per ovvie condizioni biologiche. Eppure, con effetto paradossale, la sua vendetta sarà sorprendente: non consisterà nell’infliggere la morte, ma nello scegliere la vita, cioè nella “decisione” di venire alla luce. “Deciderà” infatti di nascere proprio mentre la polizia suona il campanello della casa in cui due amanti, tra liti e sarcastici insulti, vorrebbero pianificare la fuga per evitare il carcere dopo l’omicidio di John. La nascita del bambino glielo impedirà e li consegnerà la giustizia. Il feto dal buio e dal silenzio del ventre materno analizza il mondo, la storia in cui la putredine morale sta invadendo ogni anfratto della realtà. L’immondizia e la sporcizia della casa in cui vivono Trudy e Claude rappresentano il marcio che si estende nello spazio e nel tempo ben oltre la shakespeariana Danimarca, sono lo specchio del caos del mondo intero, un caos che resta. E infatti “caos” è la parola che chiude il romanzo. “Mi chiedo che cosa racconti il disordine a uno sguardo sospettoso. Non può essere moralmente neutro. Dirà di una noncuranza per le cose, per l’ordine, la pulizia, sarà in linea con un analogo disprezzo per le leggi, i valori, per la vita stessa. Che cos’è un criminale in fondo, se non uno spirito in preda allo scompiglio?” (p.157): la descrizione del caos interno alla casa non è un dettaglio avulso dal contesto storico. Il mondo caotico è un mondo che soffre: “le lacrime sono nella natura delle cose. Sunt lacrimae rerum” (p.43). Tuttavia al dolore naturale e ineludibile, espresso attraverso la nota citazione virgiliana, si aggiunge quello che l’essere umano si autoprocura: “L’Europa in piena crisi esistenziale, debole e litigiosa, cova nazionalismi compiaciuti che sorseggiano la stessa buona birra. Confusione di valori, il bacillo dell’antisemitismo in eterna incubazione, le moltitudini dei migranti esauste, inferocite, stanche. Altrove, in ogni dove, inedite ineguaglianze economiche, con i super ricchi assurti a razza dominante a parte. L’ingegno impiegato dagli stati per escogitare nuove geniali armi distruttive, dalle corporazioni internazionali per eludere il sistema fiscale, da virtuosi istituti di credito per ammassare milioni come fosse sempre Natale. La libertà di parola non più garantita, la democrazia liberale non più ovvio porto di destinazione, robot che rubano posti di lavoro, la libertà individuale in rotta di collisione con la sicurezza, il socialismo in disgrazia, il capitalismo corrotto, rovinoso e non meno in disgrazia, nessuna alternativa in vista. Questi disastri sono il frutto della nostra duplice natura. Ingegnosa e infantile. Abbiamo costruito un mondo troppo pericoloso e complesso per poterlo governare con il nostro temperamento attaccabrighe” (pp.24-25). L'assurdo risiede nella mediocrità del male: Trudy e Claude uccidono per futili motivi — il possesso di una casa, la comodità di una relazione — obiettivi che avrebbero potuto ottenere con un semplice divorzio. La loro è una violenza banale, priva di grandezza tragica. Violenza e putredine morale sono i due volti del caos. Il feto lo comprende e reagisce. Al non essere preferisce l’essere. La tentazione del suicidio (“Non voglio nascere, mai”, p.69; “per togliermi la vita mi servirà il cordone, tre giri di mortale viluppo intorno al collo”, p.112) viene da lui subito scartata (“voglio la mia vita… voglio diventare”, p. 113). Il feto preferisce venire al mondo, agire, anche se questo significherà sporcarsi nell’immondizia della storia. Al di là della novità stilistica che ci fa leggere questo libro in chiave ironica come un originale rovesciamento del noto dramma shakespeariano, quello di cui McEwan sta parlando è il ruolo dell’intellettuale nella diffusa corruzione della realtà. La scelta di nascere fa del feto l’allegoria dell’intellettuale che al silenzio del non essere preferisce il coraggio di vivere, sporcarsi, intervenire in un mondo in cui tutto crolla e la società sembra un nugolo di “mosche ronzanti sull’immondizia” (p.70). Nascere è scegliere di agire, rispetto alla via di fuga più facile dell’autosoppressione, cioè del silenzio. Osservare, analizzare, riflettere – le tre azioni fondamentali che il feto compie nella placenta di Trudy – e poi nascere sono scelte dall’alto valore morale: equivalgono a uscire dal guscio di una letteratura come rifugio dall’orrore del presente, significano usare la parola per dire che questa realtà che abbiamo costruito è velenosa, tossica, letale. Questo, in fondo, è il compito dell’intellettuale: scrivere e non stancarsi mai di dire al mondo che la storia voluta dai potenti è solo caos. Scriverlo forse non cambia le cose. La scrittura non ha potere trasformativo, si dirà. La scrittura “non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”, ammoniva Franco Fortini in Traducendo Brecht. La scrittura genera idee, solleva dubbi, fa nascere indignazione: e così prepara le rivoluzioni. Ian McEwan, Nel guscio, Einaudi Super ET, 2018