Leggere vuol dire...

Leggere, come io l'intendo, vuol dire profondamente pensare. [...] La ragione ed il vero sono quei tali conquistatori, che, per vincere e conquistare durevolmente, nessun'altra arme debbono adoperare, che le semplici parole. Perciò le religioni diverse, e la cieca obbedienza, si sono sempre insegnate coll'armi; ma la sana filosofia e i moderati governi, coi libri.
(V. Alfieri, "Del principe e delle lettere", 1786)

domenica 6 settembre 2026

UBALDO URBANO - RETOUCHES 2026 - LA FORZA GENERATIVA DELLA BELLEZZA

 

Ubaldo Urbano, con la sua nuova mostra Retouches 2026, allestita presso la Pinacoteca “Liliana Rossi” di Ascoli Satriano, esprime ancora una volta l’originalità del suo stile: essenzialità del tratto, volumi corposi, immagini plastiche, centralità della figura femminile, sfumature cromatiche che privilegiano tutte le tonalità mediterranee.

È un tratto distintivo del linguaggio artistico di Urbano la libera ispirazione a molteplici rimandi, dalla tradizione figurativa rinascimentale agli influssi di Morandi, Carrà e Casorati, fino a spunti metafisici. Si tratta tuttavia di riferimenti che forse cerca l’osservatore scolastico, bisognoso di punti fermi: la personalità culturale dell’autore rivive piuttosto ogni eventuale suggestione con assoluta libertà, lungo percorsi creativi del tutto autonomi.

I quadri esposti nella Pinacoteca ascolana sono collegati da un ideale filo rosso: rinviano in varia maniera all’idea di Natura in tutta la sua forza generativa. I frutti polposi delle nature morte, le morbide forme dei corpi femminili, i paesaggi in cui la dimensione urbana è solo accennata, quasi stilizzata per lasciare spazio a dischi lunari che, pur nell’innegabile distanza, esprimono la loro presenza, sono tracce del desiderio.

La Natura s’incarna nel femminile. Etimologicamente, il termine latino “natura” nasce come participio futuro (ciò che sta per nascere, che ha da essere ancora): è dunque un concetto intrinsecamente legato all'idea di futuro, è proiettato verso l’essere umano che verrà o una storia che (ri)nascerà. E le immagini di maternità scelte da Urbano suggeriscono il bisogno di un passaggio di testimone: la donna-madre che stringe suo figlio, colei che genera e dà la vita, è a quel bambino che consegnerà il mondo, un mondo imperfetto e dolente, ma nonostante tutto irradiato dalla luce della luna, un mondo, cioè, che può rinascere. In questa prospettiva la presenza della luna – che ritorna in diversi quadri di questa mostra -  non è casuale: sin dall’antichità preclassica, infatti, la luna si identificava con forze divine, era protagonista di miti di resurrezione: per gli Egizi la Luna era Iside, la sposa-sorella di Osiride, di cui ricomponeva i miseri resti dopo la morte, per restituirgli la vita.

Donna e luna: tra loro non c’è solo un legame che la biologia ha svelato; in modi diversi entrambe raccontano il bisogno ineliminabile nell’essere umano di desiderare, di non rinunciare alla vita anche quando le ombre oscurano la storia.

Le donne di Urbano ci parlano. Con i loro occhi catturano l’osservatore, lo interpellano. Con i loro volti malinconici poggiati sulle mani, pensano o sognano mondi diversi; abbracciano l’Altro; si nascondono dietro mantelli bruni, enigmatiche e vulnerabili; campeggiano in primo piano determinate, fiere e consapevoli.

Tutto nei quadri di Urbano riconduce alla forza che anima il cosmo, l’Eros come forza vitale e possibilità di incontro: l’abbraccio tra la donna che incunea il suo volto tra il capo e la spalla dell’uomo pronto ad accoglierla e a mantenere il contatto fisico con lei, traduce la speranza di un’umanità fatta di corpi ancora capaci di vicinanza e di cuori che cercano sintonia.

In un’epoca come la nostra, trascinata da distruttive pulsioni di morte che nelle guerre combattute e minacciate trovano la loro espressione più evidente, Urbano affida alle sue donne uno dei messaggi più profondi di cui la società oggi ha bisogno: la bellezza è forse nello sguardo femminile sulla storia.

Contro un virilismo che assume i tratti sempre più violenti e diffusi del militarismo e del bellicismo, Urbano propone sguardi, volti, corpi morbidi e accoglienti che nella femminilità delle forme, solide e plastiche, sembrano suggerire che esiste un’altra possibilità rispetto alla forza, un’alternativa a prospettive goffamente marinettistiche e neofuturiste.

La bellezza non si situa in vigoressiche tensioni muscolari, è altrove: anche nell’imperfezione di una Venere mutilata dalla forza distruttiva del tempo, ma pure statuaria accanto a due frutti che restano saldamente uniti, sforzandosi di contrastare le leggi fisiche di una gravità che li vorrebbe in caduta sul piano inclinato. 

La bellezza è nell’atmosfera di sospensione metafisica, nel mistero di una maschera poggiata su un tavolo, tra i frutti di una natura morta: l’incognita che avvolge anche le cose più comuni, il volto enigmatico e sfuggente della realtà sono il segno dell’inafferrabilità del senso ultimo delle cose, nonostante le pretese scientiste del nostro tempo.

In una lettera sul senso dell’arte George Sand scriveva a Gustave Flaubert che “la vera pittura è piena dell’animo che muove il pennello”. Ebbene, in tutti i lavori di Ubaldo Urbano, in ogni sfumatura di colore, in ogni venatura del cielo, in tutte le espressioni dei volti, nelle inarcature dei corpi, nei contrasti tra ombre e luci, si sente forte l’animo dell’Artista che affida alle sue immagini una sincera passione propositiva: sebbene cavalli grigi sembrino sfondare la tela e sfidare la quiete dell’osservatore, come incubi che rinviano a Füssli, stabile e intatta resta la forza travolgente della Bellezza.

Viviamo in un mondo ormai opacizzato e certo non si può pretendere che sia l’arte a cambiare la realtà. Però, come scriveva Camus nel suo saggio L’uomo in rivolta, è proprio l’arte che potrà dare nuovi impulsi alla storia: “la bellezza non fa le rivoluzioni ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza”.
                                          Teresa D'Errico 

 

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