Leggere vuol dire...

Leggere, come io l'intendo, vuol dire profondamente pensare. [...] La ragione ed il vero sono quei tali conquistatori, che, per vincere e conquistare durevolmente, nessun'altra arme debbono adoperare, che le semplici parole. Perciò le religioni diverse, e la cieca obbedienza, si sono sempre insegnate coll'armi; ma la sana filosofia e i moderati governi, coi libri.
(V. Alfieri, "Del principe e delle lettere", 1786)

sabato 27 giugno 2026

GIOVANNA SICARI - TUTTE LE POESIE

La casa editrice Interno Poesia ha recentemente pubblicato la raccolta completa dei testi poetici di Giovanna Sicari, poetessa di origini tarantine, ma che si è formata a Roma, città ricordata in maniera ricorrente nei suoi versi non solo come luogo fisico certamente individuato con precisione topografica nella ricostruzione delle strade percorse e delle vie abitate in gioventù, ma soprattutto un luogo dell’anima, una dimensione mitica alla quale si ancora la memoria di un alfabeto primitivo (p.118), di una lingua, cioè, in cui ancora non si registrava la frattura tra le parole e le cose, un alfabeto proprio di un’epoca non ancora diventata “immobile” - Epoca immobile è il titolo di una delle fondamentali raccolte poetiche presenti i questo volume - e stagnante come quella presente, preda di un’ipostasi del sempre uguale, segnata dalla perdita irrimediabile di un passato che non tornerà mai più.
Leggere Giovanna Sicari è un'esperienza di comprensione profonda dell'essere umano. La sua non è una poesia di svago, non fa evadere il lettore, ma al contrario, lo interpella eticamente e ne chiede la collaborazione interpretativa. Si tratta di versi a tratti inafferrabili, lo sottolinea chiaramente Sara Vergari nello studio La carnalità tra corpo e parola, saggio introduttivo al volume da lei curato insieme a Milo De Angelis, compagno di vita di Giovanna Sicari, prematuramente scomparsa nel 2003 e a cui il poeta ha dedicato la raccolta di struggente intensità, Tempo dell'addio. La parola di Giovanna Sicari, nell’interpretazione di S. Vergari, ha una corposità che la fa aderire alla realtà con una nettezza radiografica, tuttavia tale precisione non si traduce in una comunicazione aperta. Il titolo Sigillo scelto da G. Sicari per una delle sue raccolte più note, allude proprio a un codice espressivo che porta un’impronta personale nel rimaneggiare il lessico quotidiano e superarne allo stesso tempo l’ordinarietà. Dai classici pare derivare il ricorso a callidae iuncturae (“stella di terra”, “alfabeto primitivo”, “bastardi per gli altri”, “diabolica scienza”, “bianco stupore”, ricorrenti nelle sue poesie) capaci di sintetizzare in modo originale una personale prospettiva sul mondo, sul passato, sull’essere umano, sulla necessaria lotta contro l’inferno del nulla, sul bisogno di sacro sempre contrastato da un prepotente logos scientifico e catalogante. Queste sintesi lessicali si innestano su una trama linguistica che però alla profondità del messaggio non fa sempre corrispondere una comunicazione diretta ed esplicita, anzi spesso si chiude in un’orfica oracolarità inafferrabile, a tratti sibillina. Del resto, come scriveva Fortini, “ferma dentro il verso resta/la parola che senti o leggi/e insieme vola via”. La pubblicazione dell’opera omnia di G. Sicari comprende anche testi inediti, alcuni dei quali scritti negli ultimi tempi della sua breve vita, nei giorni dei ricoveri ospedalieri. Si tratta di componimenti che costituiscono l'approdo della poetessa a una pacificazione con l'esistenza, che accentuano la vicinanza di G. Sicari alla profondità dei classici antichi, anche nelle sintesi gnomiche da lei operate: “le cose importanti stanno sempre nascoste e non bisogna spaventarle”, si legge in Volevo quei gerani bianchi e rosa, un testo composto un mese prima di morire e pervaso dal senso incombente della fine, ma che pure trasmette l’acquisizione di una saggezza capace di trasformare ogni novembre in una possibile primavera: il punto è saper orientare lo sguardo verso la bellezza, verso i colori di quella porzione di vita che resta, proprio a partire dalla consapevolezza del fatto che abbiamo tutti la stessa breve sorte. Sara Vergari nel saggio che apre il volume, vede nella carnalità la chiave interpretativa dell’intera poetica di G. Sicari. Si tratta di un concetto dalle sfumature molteplici: non è riconducibile solo alla centralità del corpo come sede della malattia e della lotta contro l’inevitabile sfinimento né puòessere ridotto semplicemente alla dimensione fisica come sede dell’eros e di una palpitante vitalità, individuale e collettiva, che connota l’esistenza fino alla fine, nonostante la malattia o le derive storiche vissute da una generazione che negli anni ‘70 ha lottato per realizzare ideali di cambiamento e di giustizia e che pure ha conosciuto il definitivo tramonto di ogni ground, l’incepparsi dei quei “prodi macchinari” (in Le ferite dimmi dove sono), gli strumenti collettivi (politici, filosofici) che un tempo sembravano dare un senso, un indirizzo alla storia e che però ora sono diventati inadeguati, inutili, non danno più risposte a un mondo che è cambiato. Dalla loro caduta non nasce tuttavia un senso libertà dal fardello della tradizione, per GS lasciano piuttosto un baratro, la vertigine dell’insostenibile leggerezza dell’essere, il peso, cioè, schiacciante del vuoto. “L’insegna si spegne” e resta un’ “era senza usignoli”: la storia è dominata dal nulla, le relazioni sono segnate dall’incomunicabilità, “ognuno aderisce a una parola” (in E poi verrà aprile), ogni essere umano è prigioniero del proprio linguaggio e della propria visione limitata, si procede solipsisticamente: “siamo anche noi i primi/ assai lontani gli uni dagli altri”( in Stringevo nel pugno la carta). Eppure, a questo nulla che fagocita, Giovanna Sicari oppone una risposta vitalistica, un radicamento nella storia, l’eros in tutte le sue possibili accezioni: è spinta pulsionale (Vorrei baciarti il sangue) capace di unire fisicamente in un’intimità che va oltre la pelle, oltre gli approcci meramente sessuali, ma diventa anche concreta, radicale passione civile. I dodici anni di attività didattica a Rebibbia hanno lasciato in G. Sicari un segno indelebile e hanno generato testi come Rebibbia e Speranza Speranza, in cui la carnalità diventa sinonimo di un fisico e coinvolto spendersi per il mondo, per gli ultimi, è la fisicità di restare aderente alla storia, in un concreto impegno etico-civile che si traduce nella rivitalizzazione di un forte senso di humanitas. Perciò la definizione più calzante per G. Sicari è quella che lei stessa ha scelto per sé: io ero una stella di terra (in Angeli ti vorrei spedire): la stella rimanda tradizionalmente a ciò che è alto, luminoso e distante; è l'aspirazione verso l’alto, è desiderio di elevazione. Tuttavia, questa stella è "di terra": non appartiene al cielo, ma è piantata nel fango, nella malattia e nel disordine della storia che con il suo impegno civile nel carcere in particolare, G.Sicari ha cercato di medicare. Essere una "stella di terra" significa possedere una luce che non serve a posizionarsi in intermundia distanti dalla storia e a fuggire dalla realtà, ma a illuminarla dall'interno, proprio nel momento del caos e dei guai mortali (in Angeli ti vorrei spedire). La sua poesia non cerca il cielo per dimenticare la terra, ma scava nella terra per trovare, nel fondo del dolore, l'unica luce possibile: quella di una speranza nell’umano che si traduce nelle sue proposte valoriali, affetti, passione civile. Questa fedeltà alla terra è un restare come impegno primario, restare nonostante tutto, nonostante le derive di senso, come fa Bernard Rieux nella Peste di Camus, esattamente come fa G. Sicari nel suo lavoro con i reclusi di Rebibbia: un ostinato restare per ritrovare il sacro “dove più turpe è la via”, direbbe Saba nella sua Città vecchia. I detenuti di Rebibbia sono da lei definiti “parenti di cella”, perché l’esperienza comune del carcere e del dolore ha fatto nascere tra loro legami di mutuo soccorso, reciprocità e fratellanza. Le detenute in Speranza speranza sono strappate al “vestito di cronaca nera”: la poetessa si rifiuta di identificarle con il reato da loro commesso o con la fredda narrazione che ne danno i giornali. G. Sicari restituisce ai reclusi e alle recluse una scintilla di umanità che nessuna sbarra può spegnere, così la speranza verso un futuro di cambiamento si fa strada anche tra le oscure celle: “penetrerà maggio nelle prime luci dell’alba” Il linguaggio scelto per descrivere la speranza si serve sia di metafore luminose (“il pulviscolo scintilla nel sole”, in Speranza speranza) sia di richiami messianici (“A uno a uno i detenuti pregano il messia/di portare il giubileo”, in Rebibbia). Il senso del sacro che i lampioni della scienza (in Quaresima) hanno spento, si ravviva proprio tra i dimenticati e i reietti, tra gli ultimi. Sebbene i frequenti riferimenti a Dio nei versi di G.Sicari possano anche suggerire un bisogno di spiritualità tradizionale (“Gesù salva la mente!”, in Ora d’aria), tuttavia il suo concetto di sacro si incarna piuttosto in un’energia divina (in C’è qualcosa di buono in noi) che appartiene propriamente all’infanzia. Scrivendo che “c’è qualcosa di buono in noi che si chiama Dio” G. Sicari allude a una forza più articolata rispetto al Dio trasmesso dalla catechesi cristiana: si tratta di uno slancio vitale che si manifesta in un “bambino che picchia la palla” (ancora in C’è qualcosa di buono in noi) o nei “colori segreti” (in Volevo quei gerani bianchi e rosa) che solo i piccoli sanno scorgere e infine nello sguardo capace di cogliere il mistero dell’esistenza e che sa trattenerlo. Il sacro, dunque, risiede nell’innocenza aperta alla meraviglia e nella capacità di assaporare attimi di felicità pura. È lo sguardo dei bambini, libero da filtri e ipocrisie, capace di giocare e creare nel gioco nuove possibilità, proprio come sognava Elsa Morante nel suo libro più rivoluzionario, Il mondo salvato dai ragazzini. Un tema molto caro e ricorrente nei versi di G. Sicari è quello del rapporto con il tempo, con la storia del passato, con il vuoto del presente, tra sfide umane per conquistare l’infinito e sconfiggere Crono che fagocita vita. In Alfabeto primitivo si avverte l’amarezza per l’irrimediabile perdita del passato e di quel nucleo di ideali capaci di dare forma alla realtà, un fondamento di valori comuni, un alfabeto primitivo “che era abbastanza per vivere e per morire” (in Solidarietà). Pertanto il tempo è soprattutto memoria: (“io sono specialista della memoria” in Gennaio 1988). Il ricordo degli anni densi della gioventù è attraversato da un forte senso di nostalgia per un tempo in cui si era “giovani per sempre e questo contava” (in Solidarietà), un’epoca in cui essere ragazzi coincideva con una gestazione di possibilità, con la visione di un futuro carico di promessa. Quei giovani “pazzi di speranza” e “avidi di grazia”, sono però “già morti o scomparsi”, frammenti mnemonici, simbolo di una stagione mitica e forse irripetibile. Resta dunque l’urgenza di mantenere “gli occhi ancora vivi” e capaci di aprire, al modo di Montale, un “varco” nel caos della storia. Si avverte in maniera chiara la consapevolezza che forse qualcuno avrà anche avuto “una lente fuori posto” negli anni di un terrorismo che dava attuazione nel modo peggiore a ideali in grado di scavare a fondo e “grattare” le scorie di una società disfunzionale e ingiusta. Dall’intervista di Milo De Angelis su «la Repubblica» del giorno 08.04.2026, si apprende del duraturo legame di amicizia tra G. Sicari e la brigatista Teresa Scinica: lo slittamento di alcuni verso prospettive altre, gli estremismi violenti, sono stati errori commessi da certi esponenti di una tumultuosa generazione, ma non cancellano il fatto che pur nella diversità delle scelte e nelle distanze marcate, si può parlare un alfabeto comune, che è quello della lotta contro la disillusione e il nichilismo. E la persistenza del ricordo si configura come una forma di resistenza. Rispetto alla grandiosità del passato, la delusione per il presente svuotato di senso, una “terra desolata” (In tua assenza) - scrive G. Sicari citando Eliot - ritorna in modo quasi ossessivo e a tratti spregiativo (“il nulla pietrifica in una condizione d’inferno”, in Non sono né carne né volo). In Le ferite dimmi dove sono la storia umana sembra procedere ormai indipendentemente dalla volontà e dal controllo degli individui. La poetessa osserva come non si possa più parlare di un progresso costruito e diretto dall’essere umano, la storia è diventata una forza che scappa via, lasciando l’umanità sola di fronte al “niente di questi giorni”: “la storia esiste ma non ha più prodi macchinari, corre via dagli uomini stessi”, “l’insegna/ si spegne, cupissimo tutto si ripete”. In questo vuoto, tuttavia i colori della vita, le speranze, resistono nonostante la mancanza di una saggezza che guidi le azioni collettive. Sebbene prevalga il dolore per un tempo che ha smarrito la sua direzione luminosa, resta tuttavia lo scatto vitalistico: “vivere è di altezze solenni” (in Assomiglia alla luce in viaggio il volo del fulmine), “una macchia il sole/ all’improvviso, ricordava tracce di ideali” (in Sognavo che ero morta e camminavo) “salpare dovremmo venerando la vita” (in Le ferite, dimme, dove sono?). I versi di G. Sicari si connotano infatti proprio per un approccio erotico all’esistenza, per un’energia propositiva, senza rese e cedimenti alle sue manifestazioni dolorose e insoddisfacenti. Questa combattività si avvicina a quella di Amalia Guglielminetti, che esprime la sua tenace forza propulsiva quando scrive in Avidità di vivere: “vivere si deve: / godi, ama, piangi, odia, combatti, sali: / la vita è chiusa nel tuo pugno breve”. Contro il tempo è inutile combattere. Eppure esiste una forma di resistenza alla forza distruttiva degli anni che passano, all’oblio. Alla manera di Foscolo che celebrava la sacralità laica di una solida “corrispondenza di amorosi sensi” e una significativa “eredità d’affetti”, e come Ezra Pound che nel suo Canto LXXXI dei Canti pisani scriveva “quello che veramente ami rimane, il resto è scorie”, così anche G. Sicari ha saputo dare voce a “un amore che s’infinita”, per riportare le parole che Milo De Angelis ha usato nella già citata intervista. Il componimento Babbo vorrei comprarti è la celebrazione dell’amore “che ripara dal vento, dalla bufera” dell’esistenza. I gesti semplici del padre, annaffiare le piante, raccogliere foglioline costituiscono il vero antidoto alla rapina del tempo, il solo modo per “entrare nell’infinito” La stessa esigenza, quella di sfidare Crono, è protagonista di uno dei testi dedicati a Milo De Angelis, Maggio dopo vent’anni, maggio delle azalee. Al centro della poesia c’è una fotografia che cattura un istante perfetto, sospeso tra il maggio e il “luglio delle azalee”. Questo scatto diventa un rifugio magico su cui il tempo sembra non avere potere: “resta così… senza anni”. L'invocazione "non invecchiare, non morire" esprime il desiderio profondamente umano di sottrarsi alla tirannia del calcolo dei giorni. Un aspetto fondamentale della poesia di G. Sicari è il dialogo costante con i grandi maestri della letteratura, Villon, Montale, A. Rosselli, Pasolini. In Polvere medievale dove sei, G. Sicari instaura un dialogo serrato con la tradizione letteraria di François Villon, riprendendo esplicitamente il celebre tema dell'Ubi sunt presente nella Ballata delle dame del tempo che fu. Proprio come il poeta francese si interrogava malinconicamente sul destino delle grandi donne del passato attraverso l’anaforica domanda “dove sono le nevi dell'altr'anno”, così G.Sicari utilizza l’insistente domanda “dove sei?” / “dove siete?” per richiamare a sé icone del Novecento come Marlene, Gilda, Cleopatra e Lola, protagonista dell’Angelo azzurro. Tuttavia, sebbene la struttura ricalchi il catalogo di eroine tipico di Villon, il senso dell'operazione si sposta dalla nostalgia esistenziale alla denuncia politica, poiché queste figure di femmes fatales non sono rievocate per la loro bellezza svanita, bensì come archetipi di una femminilità incastrata negli stereotipi dello sguardo maschile. Pertanto la “polvere medievale” del titolo diventa il simbolo di un residuo indistruttibile e di un “sangue eterno” che unisce le donne di ogni epoca in un unico “inferno” storico. Il lamento sulla caducità proprio della poesia di Villon, si trasforma così in un atto d'accusa contro l'incapacità degli uomini di comprendere la complessità femminile. In tal modo, il legame con Villon funge da solida impalcatura formale per dar voce a una forma di resistenza contro il “sinistro rovello”, l’oscuro tormento della subordinazione e della persecuzione in varie forme subita nella storia. Il componimento E poi verrà Aprile si apre con una citazione esplicita dell'incipit montaliano: Forse un mattino andando in un'aria di vetro. In Montale, questi versi esprimono l'angoscia di un'epifania negativa: la percezione del nulla e del vuoto che si spalancano alle spalle del poeta. Si tratta di una rivelazione tragica che egli è condannato a custodire come un segreto incomunicabile; un disvelamento che non potrebbe essere compreso dall'uomo comune, il quale, incapace di squarciare il velo di Maya, resta convinto che “la realtà sia” solo “quella che si vede”, direbbe ilpoeta ligure. La medesima disposizione interiore e la stessa presa di coscienza del nulla caratterizzano la poesia di G.Sicari. Anche qui, nonostante il desiderio di instaurare un rapporto di comunicazione con l'altro, l'io lirico constata amaramente come ogni individuo sia chiuso nel proprio microcosmo di pensieri e linguaggi. Tuttavia, emerge una divergenza fondamentale nelle risposte esistenziali dei due autori. Al "male di vivere" Montale opponeva la divina Indifferenza, ovvero un distacco stoico necessario a non farsi travolgere dall'angoscia. G. Sicari mette in atto invece una silenziosa resistenza dell'umano contro ogni tentazione nichilistica. Nel corpo del testo, la poetessa scrive che "poi verrà ancora Aprile". L'uso dell'avverbio "ancora" suggerisce l'assurdità di un caos ciclico, un eterno ritorno del sempre uguale che evoca l'impotenza umana di fronte a quello che T.S. Eliot definiva "the cruellest month". È un Aprile la cui pienezza primaverile contrasta ferocemente con la fragilità spirituale dell'uomo. Eppure, un dettaglio fondamentale si affaccia nel titolo: la scomparsa dell'avverbio "ancora". Resta solo il "poi", che apre lo sguardo verso l'avvenire. Questa scelta suggerisce come in G. Sicari prevalga, in ultima istanza, una fiducia simile a quella di Pasolini, in un "futuro aprile". Contro la tirannia del non-senso, la poetessa riafferma così la possibilità di una sfida tutta umana. Molto sentito è poi il riferimento a Dostoevskij La poetessa si si identifica nel personaggio del principe Miškin (in Sono io il principe Miškin), il celebre "idiota" dostoevskijano. Miškin è un uomo dall’assoluta purezza e dalla cristallina innocenza, che rifiuta di piegarsi alle logiche corrotte del mondo e che, proprio per questa sua integrità, viene scambiato da tutti per un folle. In questa poesia emerge chiaramente l'analogia tra la figura di Miškin e quella del poeta. Come il principe, anche il poeta è un diverso che sceglie di vivere e scrivere “sui margini” in una condizione di estraneità e misconoscimento. Tuttavia, è proprio da questa distanza che il poeta trae la sua forza, distinguendosi per il suo essere un “libero veggente”. Di conseguenza, la marginalità dell'outsider da condanna alla superfluità in un mondo dominato da una cultura mercatista sempre più spiccata, si trasforma in un privilegio prospettico. Il poeta, in quanto “libero veggente”, è immune dai condizionamenti limitanti della società; questa sua posizione periferica gli permette di guardare oltre le apparenze e di vedere molto più di quanto riesca a scorgere l'uomo comune e conformista. Il poeta, con la sua parola quasi profetica, è il solo che riesce a dire “l’ultima vicenda della terra”. In un mondo privo di direzione, lo smarrimento è una condizione ordinaria. G. Sicari, in Angeli ti vorrei spedire, descrive se stessa come “una forma di Aprile che non riusciva”, e nel componimento Il parlatoio tace si definisce “caos umano”. Sentirsi come una primavera solo potenziale, vivere un'esistenza alienata e scissa, senza possibilità di sintesi e alla continua, forse inutile, “ricerca di una definizione” (in Tento il volo), trasforma in persino un “ardito pensiero” il desiderio di appartenersi (in Se erano profumi li tastavo senza conoscenza). È in questa consapevolezza che si consuma una malinconia profonda. Eppure, in questa profonda amarezza, emerge una vitale capacità di reazione che propone valori solidi a cui ancorarsi: tra questi spiccano gli affetti e, in modo particolare, l’amore per Milo De Angelis. Nella prima delle due poesie collocate tra i testi inediti e dedicate al marito e poeta Milo DeAngelis, vibra la gioia per una vita scelta che si fa felicità, un’esistenza condivisa rivendicata come un diritto e intesa come una “costruzione a mano a mano”, espressione volutamente virgolettata nel testo. In questo doppio richiamo si avverte l’eco di Ivano Fossati (La costruzione di un amore) — per cui l'amore è una strada in salita, un cantiere che richiede impegno, disciplina e una quotidiana scelta— e l’influsso di Cocciante e Gaetano (A mano a mano), che danno voce a un sentimento che si alimenta giorno dopo giorno, attraversando tempeste, “rabbia”, “astio” e “offese”, scrive G. Sicari, per approdare a un destino comune. Questa “costruzione” diviene quasi un manifesto della fatica del cuore, un tema sviscerato da Sicari in tutta la sua opera: l’amore non si trova per caso, ma si impara come un’arte che, osservava Erich Fromm nel suo famoso L’arte di amare, esige conoscenza, pazienza e cura. A questa dimensione privata si intreccia una fede incrollabile nella solidarietà, intesa come capacità di condividere un orizzonte ideale e di trovare nella coesione la forza di resistere a una realtà immiserita. La poesia Solidarietà recupera la memoria del conflitto civile degli anni ’70, trasformandola in monito: il punto di partenza è un’immagine d’archivio, una foto di manifestanti e blindati in cui compattamente da una parte ci sono i “giovani per sempre” - come i “felici pochi” celebrati da E. Morante - che sognano un mondo nuovo in nome di un ideale che è “abbastanza per vivere e per morire”; dall'altra si delinea chi reprime, i “nemici per sempre”. Se nel testo la solidarietà viene definita “parola infame”, è solo per un’amara ironia contro l’abuso retorico contemporaneo che riduce questo termine a un sentimentalismo consolatorio. Per la Sicari, invece, la solidarietà possiede la stessa forza della “social catena” leopardiana: è una forma di resistenza civile contro un nemico comune, la repressione dei blindati allora, il vuoto esistenziale della deriva nichilista oggi. L’invito è quello di continuare a essere “bastardi per gli altri”, convintamente e ostinatamente pronti a sovvertire un sistema ingiusto e che costringe a scendere a patti con la propria coscienza. E la fedeltà ai propri ideali sarà il premio, sarà la “carezza di una vittoria”. Questo cammino nelle parole di G. Sicari, - per citare la definizione di Milo De Angelis nella quarta di copertina del volume curato con S. Vergari - tocca uno dei suoi vertici più alti nel componimento Volevo quei gerani bianchi e rosa, che si potrebbe considerare il vero "sigillo" della poetessa tarantina. La poesia va letta attraverso un contrasto stridente tra il dato biografico e la percezione interiore: nonostante sia stata composta in ospedale il 21 novembre 2003, a un solo mese dalla morte, l'autrice scrive che “è già primavera”. Sebbene la consapevolezza che la vita “si avvicina al tramonto” si faccia opprimente, lo splendore del girasole, i colori dei gerani e i “riccioli rossi” dei bambini innescano una rinascita che scavalca la malattia, rivelando un'urgenza vitale commovente. La coscienza della fine resa con l’immagine del tramonto si colloca tra due parole significative: il verbo alla prima persona “guardo” e il termine “attenzione”. Il destino di finitezza accomuna tutti gli esseri umani, Pindaro, nell’ottava Pitica, scriveva che siamo creature di un solo giorno. Ma forse è proprio la coscienza della fine che dà valore e senso ai nostri giorni e ci spinge a guardare con attenzione, a orientare lo sguardo in modo da saper riconoscere il valore nascosto nelle piccole cose: “le cose importanti stanno sempre nascoste e non bisogna spaventarle”. Addentrarsi nei versi di G. Sicari e cogliere la vitalità delle sue parole, conservata persino nei momenti estremi dell'esistenza, costituisce forse la realizzazione del suo desiderio più profondo: “essere riconosciuta” in quella sua poesia “di sangue e di tormenta” (in Non sono niente).

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