Leggere vuol dire...

Leggere, come io l'intendo, vuol dire profondamente pensare. [...] La ragione ed il vero sono quei tali conquistatori, che, per vincere e conquistare durevolmente, nessun'altra arme debbono adoperare, che le semplici parole. Perciò le religioni diverse, e la cieca obbedienza, si sono sempre insegnate coll'armi; ma la sana filosofia e i moderati governi, coi libri.
(V. Alfieri, "Del principe e delle lettere", 1786)

mercoledì 4 gennaio 2017

BARTLEBY LO SCRIVANO


Bartleby, lo scrivano nato dalla fantasia di Melville, è un mistero, un enigma.
La sua storia si svolge nel cuore pulsante del centro economico d’America, Wall Street. Viene assunto come copista in uno studio legale da un avvocato abbastanza venale, un uomo abituato a comandare con l’attesa, peraltro, di ottenere immediata obbedienza.
H. Melville
Ebbene, con Bartleby si trova di fronte a un muro: ogni sua richiesta rimane sospesa nel vuoto. Bartleby non oppone una netta e rivoluzionaria insubordinazione, il suo è un rifiuto assoluto espresso sottoforma di “preferenza” indefinita e indeterminata. La formula inglese I would prefer not to lascia aperta ogni possibilità; l’espressione conclusiva NOT TO lascia nel vago ciò che Bartleby rifiuta e rende vano ogni tentativo di ridurre alla ragionevolezza il suo incomprensibile comportamento.

C’è, però, una cosa che Bartleby fa con inspiegabile costanza, quasi con insistenza: da una finestra fissa un muro grigio al di fuori dell’ufficio dell’avvocato. Il copista finisce in carcere perché, dopo il trasferimento del suo datore di lavoro presso un altro studio, lui continua ad occupare il vecchio appartamento e i nuovi inquilini che lo hanno acquistato non possono fare altro che affidare questo stravagante uomo all’autorità giudiziaria. L’avvocato dopo aver tentato invano di trovare una dignitosa soluzione alla randagia vita del suo dipendente, va a trovarlo in prigione, dove Bartleby si sta lasciando morire di inedia e gli chiude, con un gesto di pietà, gli occhi quando ormai il copista cessa di vivere, accasciato sul muro del cortile del livido carcere di Tombe. L’avvocato aggiunge una nota a questo triste finale: prima di fare il copista, Bartleby aveva lavorato in un ufficio postale di lettere smarrite.
Che cosa Melville volesse dimostrare con questo strano racconto, non è chiaro. Ci sono, però, alcuni dati che non si possono trascurare: il muro che Bartleby guarda con interesse e le lettere smarrite. Se non avessero senso, Melville non ne avrebbe fatto menzione. Il  muro evoca da sempre l’immagine di un barriera invalicabile che rappresenta un limite tra noi e il resto del mondo. Il muro è quello che c’è tra Bartleby e il resto del mondo: il muro è il rifiuto di Bartleby, è il suo NO all’efficientismo, all’economicismo, all’affarismo del mondo borghese;  il muro è anche quello che il mondo borghese erige per tagliare fuori quelli che non si adattano, gli scarti di una società darwinisticamente organizzata.
In un simile sistema Bartleby è un uomo senza ruolo, senza posto, senza identità: è una lettera smarrita, una fra tante anonime lettere perdute di cui nessuno sa nulla e senza le quali la vita di tutti va avanti comunque.

Un libro pessimista? Certo, si conclude tragicamente, con la morte del protagonista.
Eppure, la stravagante rivoluzione non violenta dell’I would prefer no to ha prodotto un effetto straordinario e inimmaginabile. Bartleby ha compiuto un miracolo. Forse è stato necessario il suo sacrificio, ma Bartleby ha vinto: è riuscito a trasformare l’avvocato in un essere umano, ha cambiato il profilo di un arido professionista, chiuso nel microcosmo della sua lucrosa attività, in quello di un uomo generoso e altruista; ha costretto l’avvocato a fare i conti con l’alterità, a spostare la prospettiva da un egotico cosmo al rapporto con l’altro, alla cura per l’altro, alla preoccupazione per l’altro. E nel mondo competitivo di Wall Street – metafora della società occidentale industrializzata – questo è un prodigio che fa di Bartleby un eroe!

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